Margin call - JC Chandor

 La città verrà distrutta all’alba

margin1Margin Call inizia dove Up In the Air finisce: tagliatori di teste camminano tra le postazioni di un ufficio, con il compito di spedire a casa un corposo numero di dipendenti nell’ambito di un piano di ridimensionamento aziendale. Stessi colloqui vacui del film di Reitman, stessi pacchetti di consolazione, stesse scatole, stessa rassegnazione. Con due differenze: primo, la persona che viene licenziata è (un bravissimo) Stanley Tucci, che interpreta Eric Dale, dirigente di un’azienda di brokeraggio. Secondo, Dale ha fatto una scoperta sconvolgente, capace di capovolgere per sempre le sorti del mercato globale.

É raro, decisamente raro, trovare un lavoro che in modo diretto ed esplicito riesca a fare, con precisione cristallina e senza eccessive retoriche, un quadro della situazione contemporanea, centrando il fulcro delle problematiche internazionali. Questo intento riesce a JC Chandor, regista e sceneggiatore (esordiente!) di Margin Call. Come ha giustamente affermato Andrea Camilleri nella conferenza stampa di apertura del Courmayeur Noir In Festival, “oggi si osservano i listini di borsa con lo stesso timore con cui una volta si seguivano i bollettini di guerra”. Nessun combattimento nel Pacifico, nessuno scontro di cappa e spada, nessun duello all’ultimo sangue in mezzo al deserto: le battaglie, oggi, si svolgono sui monitor delle Borse di tutto il mondo, tra numeri che salgono e scendono. Non bisogna stupirsi, perciò, se i dialoghi di Margin Call tengano incollati allo schermo molto più di qualsiasi inseguimento spettacolare; e che la tensione aumenti vertiginosamente scena dopo scena, cavalcando semplicemente una sceneggiatura scritta molto bene e interpretata magistralmente da un cast strepitoso (Kevin Spacey, Jeremy Irons, Demi Moore, Paul Bettany, Simon Baker, Zachary Quinto). A questo, va aggiunta una musica vibrante che reagisce alle immagini, una fotografia pastosa e ricca di dominanti cromatiche che le magnifica (anche di notte), e un montaggio serrato.

Margin Call è un efficace “horror” contemporaneo, un lucido film sull’apocalisse che ruba la scena al Melancholia di Von Trier. Laddove, infatti, il regista danese mette in scena, seppur con mirabile attenzione formale e discorsiva, l’evento catastrofico in sé e per sé (un asteroide che cade sulla Terra), Chandor segue la pista del 4:44 di Abel Ferrara e non mostra l’oggetto del terrore; l’incubo di cui parla, però, non è rappresentato stavolta dall’inquinamento ambientale, da una profezia Maya o una roccia siderale diretta verso il pianeta, ma dal denaro. Quello stesso denaro che la stragrande maggior parte delle persone del pianeta ha depositato in una banca o investito in azioni o manovre finanziarie, e che rischia da un momento all’altro di vaporizzarsi. Questa, è la più grande catastrofe che oggi si possa immaginare. Il Courmayeur Noir in Festival non poteva scegliere film migliore per aprire questa sua edizione dedicata all’apocalisse. 

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Grazie a un’espediente volutamente esasperato – una crisi inarrestabile – Chandor ci conduce in meno di due ore all’interno del meccanismo di una moderna azienda capitalistica: dalle scrivanie dei broker passa ai capogruppo, salendo sempre più verso responsabili e amministratori, fino a raggiungere il vertice, John Tuld, interpretato da un Jeremy Irons luciferino, probabilmente amico fraterno dell’Al Pacino de L’avvocato del diavolo. É Tuld a fornire la non-chiave interpretativa del film, a rimescolare le carte del gioco evitando facili vie di fuga. Egli è il capitalismo incarnato che, in una tranquilla e cinica confessione sul finire del film, ammette la propria inutilità, spregiudicatezza e immortalità (i potenti e le loro macchinazioni alla fine troveranno sempre il modo di sopravvivere), ribadendo l’inevitabilità e la ciclicità di alcuni meccanismi della società umana, anticipati poco prima da un altro articolato monologo. Partendo da questo punto di vista, Chandor elabora la propria acuta riflessione sul contemporaneo, agendo su due livelli.

Il primo è quello dell’organizzazione della materia narrativa. Niente documentari esplicativi, niente articolate spiegazioni su ciò che sta accadendo. Verso l’inizio il regista utilizza un linguaggio ipertecnico, approdando poi, a metà film, sulle rive di un linguaggio monosillabe, che fa fronte alla manifesta ignoranza dei capi dell’azienda, incapaci di comprendere i meccanismi percorsi da quei soldi che si riversano a fiotti nelle loro tasche. Un linguaggio che resta comunque  ampolloso, nonsense, vuoto come le parole di un’opera Beckettiana. Non si può spiegare la crisi, sembra voler dire Chandor, perché non c’è nulla da spiegare; alla radice di tutto, scavando tra articolati calcoli e diagrammi, ciò che emerge è il niente, la virtualità di scambi simbolici distaccati sempre più dall’immediatezza del reale. Salvo che per i loro effetti; quelli, sul reale, si percepiscono benissimo.

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Per mostrarli, il regista ci conduce nel secondo livello, quello dei personaggi, delineati benissimo attraverso precise sfumature psicologiche. Protagonisti, questa volta, non sono i “gradini più bassi”, ovvero i dipendenti dell’azienda che perdono il lavoro e devono raccogliere anche vent’anni della propria vita in due miseri scatoloni; piuttosto, l’attenzione è concentrata sugli squali di Wall Street. Quelli che, come Sam Rogers (un Kevin Spacey in stato di grazia), si sono abituati a reagire con apatica impassibilità al licenziamento dei propri dipendenti (chi pensa al proprio cane malato e chi a radersi). E che, nel momento in cui si rendono conto della spietatezza del gioco in cui sono coinvolti, non possono più uscirne. Resta invischiato in questa rete anche Eric Dale (Stanley Tucci), liquidato dai giochi di potere dei propri superiori; egli, però, a differenza di Rogers, appare più consapevole dell’inutilità del proprio mestiere che, oltre a portare ricchezza al posto di gratificazioni personali (già da antologia la sua metafora sulla costruzione di un ponte), non agevola affatto la vita quotidiana delle persone ma si limita a prelevare i loro soldi e ad accrescerne a dismisura il volume, favorendo pochissimi a danno di moltissimi.

Il cinema di Chandor è asciutto, sintetico. Non ci sono né “buoni” né “cattivi”, ma solo vittime, indipendentemente dal fatto che guadagnino 0, 250.000 o 86 milioni di dollari l’anno; le distanze sono annullate, come mostra una breve ma bellissima scena in cui una donna delle pulizie, inconsapevole di tutto, sale in ascensore assieme a due dirigenti. L’obiettivo del regista americano, pienamente riuscito, è di mostrare un’apocalisse già avvenuta senza che nessuno se ne accorgesse; un’apocalisse senza morti e senza notiziari televisivi, che dai computer di un semplice ufficio, all’alba di un giorno come tanti, può disintegrare gli sforzi concreti di miliardi di persone. 

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Francesco Bonerba

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