Pater – Alain Cavalier

Il teatro (e il cinema) della politica

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Fare un metafilm è un'operazione tanto comoda, per il prestigio che porta con sé e per il probabile apprezzamento critico, quanto difficile se si vuole andare al di là del giochino di citazioni e riferimenti. Alain Cavalier, regista francese di lungo corso, riesce a compiere con Pater, il suo nuovo film fuori concorso al festival di Torino (dopo il concorso di Cannes), una sorta di magia, realizzando un meta-film che in realtà parla di politica.

Il regista Cavalier contatta l'attore Vincent Lindon per proporgli un film in cui interpretare il primo ministro francese che si candida per le elezioni con l'obiettivo di approvare una rivoluzionare legge sugli stipendi; ma le cose non andranno come sperato. E forse nemmeno il film. Film sul e nel film, diario di lavorazione e opera in fieri scritta (senza credito) dal regista e dal protagonista che diventa però anche appassionante e potente opera politica.

Il film infatti, seguendo la formazione politica di un delfino e autoriale di un attore come in un conflittuale rapporto padre/figlio, mette in scena un acuto parallelo tra cinema e democrazia, tra comunicazione visiva e campagna elettorale – le prove, il casting, la scelta delle immagini e delle parole – per divenire sorta di riflessione sulla deriva della politica e manifesto radicale per una nuova idea etica del governo della cosa pubblica, senza ingenuità anzi ricalcando beffardamente sull'impossibilità di tale manifesto (esilarante il presidente uscente che gioca al gratta e vinci con un assistente). E allo stesso tempo Cavalier, con leggerezza e fluidità sorprendenti, sa fondere teoria e pratica, sa usare il cinema e le sue basi (lo specchio) per fare anche un uso strutturale e intelligentissimo del mezzo digitale.

Un film che si gusta come un vino frizzante e fruttato, ma che dentro ha anche i germi di un'opera potente e complessissima: merito di una sceneggiatura quasi perfetto, di una regia in stato di grazia e di una recitazione che, andando oltre il comune senso della spontaneità, scava dentro gli attori, dai tic in bella mostra di Lindon alla straordinaria prova dello stesso Cavalier. Film a suo modo imperdibile, che probabilmente in Italia ci perderemo.  

Emanuele Rauco