Faust / IN CONCORSO

FAUST - Alexander Sokurov

Sezione: In Concorso

HELLRAISER

Sinossi: Il Faust di Sokurov non è un adattamento della tragedia di Goethe nel senso tradizionale, ma una lettura di ciò che rimane tra le righe. Che colore ha un mondo che produce idee colossali? Che odore ha? C’è un’aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria. Una creatura infelice, perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre?

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Faust o Faustus è il protagonista di un racconto popolare tedesco che è stato, ed è ancora oggi, fonte inesauribile d’ispirazione per poeti, scrittori, musicisti, pittori e registi. Come è noto, il racconto riguarda il destino di uno scienziato il quale, ossessionato dalla sete di conoscenza, invoca i servigi del diavolo Mefistofele  in cambio della sua anima.

Nel 1587 un anonimo autore tedesco scrisse il volume in prosa Historia von D. Iohan Fausten che venne tradotto dallo studioso P. F. Gentleman nel 1592 come La storia della vita dannata e della meritata morte del Dottor Iohn Faustus. Questa sorta di proto-Faust costituì la base dell'opera teatrale di Christopher Marlowe, La tragica storia del Dottor Faustus (pubblicata attorno al 1600), che a sua volta ispirò il Faust di Goethe, opera proteiforme, classica e, quindi, eternamente attuale.

Alexander Sokurov sceglie di raccontare il percorso esistenziale di Faust - un individuo  disincantato, logorato e reso folle dall’ambizione, - in quanto emblema della fallibilità dell’essere umano, la cui vicenda rappresenta l’ideale completamento della tetralogia cinematografica che il regista ha dedicato a tre personaggi storici dilaniati dalla brama di potere e dalle responsabilità: Adolf Hitler (Moloch, 1999), Vladimir Ilic' Lenin (Taurus, 2000) e l’imperatore giapponese Hirohito (Il Sole, 2004).

Rispetto ad alcune opere più accessibili e “terrene” - come il dittico formato da Madre e Figlio e Padre e Figlio o come il commovente Alexandra - la sopracitata trilogia del maestro russo si presenta come un progetto organico meno “abitabile” ma più complesso, stratificato e genuinamente intellettuale, finalizzato alla più meticolosa desacralizzazione del potere e delle icone. Faust è senza dubbio l’apice – formale e concettuale – di questo discorso, in cui la carica tragicomica del protagonista diviene metafora di un’umanità sopraffatta dalle proprie pulsioni, miserabile e condannata all’autodistruzione.

Il film si apre con un’immagine misteriosa ed affascinante: in cielo, tra le nuvole, la macchina da presa inquadra uno specchio dorato e un foglio che vola, poi sorvola e si sofferma gli straordinari paesaggi in cui si muoveranno i personaggi. Splendide montagne, praterie rigogliose, il mare. Stacco sul dettaglio di un pene grigio e raggrinzito: è in corso un’autopsia su un cadavere. Budella, sangue, feci, ratti e mosche.

 Fin dall’inizio, capiamo quindi quanto il film sia costruito interamente sul concetto di dicotomia, alternando e confondendo sacro e profano, sublime e grottesco e, ovviamente, bene e male. Questa contrapposizione di opposti si ripercuote sistematicamente sui corpi dei protagonisti, colti nei loro momenti di massima debolezza, vinti dalle più torbide passioni o dal senso di colpa. Spogliati di ogni sovrastruttura sociale e da ogni maschera – come il Lenin nudo e fragile di Taurus - i corpi messi in scena da Sokurov diventano significanti puri, attraverso e sui quali viene scritto il senso stesso del film.

Formalmente sublime, Faust è un’opera magmatica, carica di elegiaca disillusione, diretta con estremo rigore.  Per questo suo ultimo lungometraggio Sokurov sceglie sapientemente una cornice in 4:3 così da esaltare le qualità pittoriche dell’immagine e la composizione del quadro,  ed enfatizza la natura fantasmatica e perturbante delle immagini con l’utilizzo consolidato di inquadrature deformanti, filtri e lenti anamorfiche. L’uso antirealistico del colore, della luce e del profilmico come veicolo di emozioni pure ed inesprimibili con qualsiasi altro linguaggio mettono in evidenza un pensiero di cinema che riesce a coniugare simbolico e pre-simbolico, riflessione 'politica' ed estasi Stendhaliana.

Un raro esempio di oltre-cinema. Probabilmente il miglior film in concorso.

Tommaso Di Giulio

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