Celda 211 GIORNATE DEGLI AUTORI
- Categoria: Venezia 2009
- Creato Lunedì, 07 Settembre 2009 17:01
- Pubblicato Lunedì, 07 Settembre 2009 17:01
- Scritto da Marina Zabatino
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Celda 211 DANIEL MONZON
SEZIONE: GIORNATE DEGLI AUTORI
SINOSSI Juan Olivier è un secondino alle prime armi che ha la sfortuna di iniziare il nuovo lavoro lo stesso giorno in cui scoppia una rivolta tra i carcerati. Coinvolto dal capriccio del destino in queste tragiche circostanze, Juan deve sfruttare al massimo la sua risorsa più preziosa: l’intelligenza. In questa situazione si rende conto di essere tutt’altro che l'uomo timido, fragile e di buone maniere che aveva sempre pensato di essere e scopre di avere le doti per sopravvivere sull’orlo di un abisso.

Dentro il carcere non esiste una legge assoluta: domina chi è più forte, vince chi ottiene più rispetto, chi diventa il capo, chi resiste alla sopraffazione dettata dall’istinto di sopravvivenza, alla lotta dell’uomo contro il suo simile. Fuori da esso, nella vita quotidiana, il potere, la legge per eccellenza, l’autorità, incoraggia la violenza perpetrando l’ingiustizia e occultando le verità che gli sono scomode: come gli impagabili errori commessi con i detenuti di una prigione, conseguenze dell’aver negato loro cure mediche o assistenza in caso di malattie, condizioni igieniche più consone, cibo e acqua per vivere. Due lati ‘neri’ della stessa medaglia che il regista Daniel Monzon ci mostra in Celda 211: già il titolo (la traduzione italiana è cella 211) + simbolo dell’ingiustizia, iniziata con la morte di un detenuto a causa di una tumore non rilevato in tempo per mancanza di una diagnosi corretta o in realtà, forse, già molto tempo prima, come mostrano le scritte nel muro lasciate dai morenti in quella cella. Una storia che si ‘srotola’ attraverso un montaggio avvincente e una fotografia accattivante -tra i chiaroscuri e le ombre nelle prigioni e l’esplosione di movimento o colore nelle masse di corpi dei detenuti che si accalcano nella rivolta- che ci tiene incollati allo schermo fino alla fine: degna di lode per aver evitato la banalità. Unica pecca: un po’ troppo stereotipati i personaggi dei detenuti e soprattutto i dialoghi: poco realistici, richiamano il linguaggio dei ‘cattivi’ dei fumetti made in USA…detto questo, può sicuramente considerarsi un lavoro ben riuscito.
Marina Zabatino






