Capitalism: a love story IN CONCORSO
- Categoria: Venezia 2009
- Creato Giovedì, 10 Settembre 2009 02:00
- Pubblicato Giovedì, 10 Settembre 2009 02:00
- Scritto da Francesco Bonerba
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Capitalism: a love story MICHAEL MOORE
SEZIONE: IN CONCORSO
Incisivo ma non troppo
SINOSSI A vent’anni esatti dal pionieristico Roger & Me, il nuovo film di Michael Moore Capitalism: A Love Story ritorna sulla questione esaminata dal regista nel corso di tutta la sua carriera: gli effetti disastrosi prodotti dal dominio delle grandi aziende sulla vita quotidiana degli abitanti degli Stati Uniti e del mondo intero. Ma stavolta il colpevole è molto più grande della General Motors, e la scena del crimine molto più ampia di Flint, Michigan. Mescolando l’umorismo all’indignazione, Moore esamina la tormentosa questione del prezzo pagato dall’America a causa del suo amore per il capitalismo. Quel che emerge sono i sintomi fin troppo noti delle storie d’amore andate a rotoli: menzogne, violenze, tradimenti... e 14.000 posti di lavoro distrutti ogni giorno.

Michael Moore torna nuovamente dietro la macchina da presa con un attualissimo documentario sul capitalismo che, con il solito stile mordace e asciutto, ricco di ironia e godibilissimi momenti satirici (il film si apre con uno strepitoso paragone tra la civiltà romana e quella contemporanea), riassume gli ultimi cinque anni spiegando la crisi finanziaria globale e mostrandone i diretti effetti sulla popolazione statunitense. Le modalità con cui Moore ci racconta questo nuovo male che affligge l’intero globo è quella di sempre: una fruibile alternanza tra interviste e azioni dirette, gag, parentesi esplicative, materiale di repertorio. Il ritmo è piacevole, la capacità comunicativa di Moore intatta e vispa nonostante gli impedimenti di uno svolgimento del documentario non proprio lineare. Sebbenee Capitalism: a love story sia apparentemente un’opera con niente più e niente meno rispetto ai precedenti film, è percepibile una certa stanchezza di fondo da parte di Moore, che perde qualche colpo nell’emozionare e suscitare la riflessione e/o l’indignazione degli spettatori. Probabilmente la causa risiede nella tematica troppo ampia o forse nell’incertezza di un periodo in cui il cambiamento di politica a lungo richiesto da Moore si è concretizzato nella figura positiva ma non ancora ben definita di Obama. Sta di fatto che il futuro passaggio di Moore dal documentario alla fiction, recentemente annunciato, si percepisce nitidamente; emblematica, a tal proposito, è la conclusione del film in cui il regista, senza troppa convinzione, consegna il testimone del cambiamento futuro agli spettatori, in una mesta confessione della sua incapacità ad incidere concretamente sull’esito degli eventi.
Francesco Bonerba






