EXTRA Il ritorno di Tinto Brass
- Categoria: Venezia 2009
- Creato Martedì, 15 Settembre 2009 02:00
- Pubblicato Martedì, 15 Settembre 2009 02:00
- Scritto da Germano Boldorini
- Visite: 321
IL RITORNO DI TINTO BRASS

“Cambiano i significanti dei miei film ma non il significato: un grande desiderio di libertà”. Esordisce così Tinto Brass assente dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dal 1967, finalmente invitato nuovamente ed omaggiato con una piccola retrospettiva svoltasi il 10 Settembre. Ed il regista ha ragione a parlare di libertà: è infatti questo il sottile filo rosso che lega la sua opera, qui rappresentata da Tempo Lavorativo, Tempo Libero che gli fu commissionato da Umberto Eco e Vittorio Gregoretti nel 1964, dal lungometraggio Nerosubianco, per il quale fu bandito dalla Mostra nel 1967 e Hotel Courbet , il suo ultimo corto. Libertà che è, sopra ogni cosa e aldilà del giudizio che si può dare sul suo cinema, assolutamente formale. Il breve film del 64’ è un impressionante lavoro di montaggio di ispirazione quasi vertoviana, dove lo spazio ed il tempo vengono reinventati e alterati per produrre nuovi ed inattesi sensi. Assolutamente impensabile realizzarlo nell’Italia di oggi. Nerosubianco è invece il viaggio nell’immaginazione e nelle fantasie di una donna colta nel suo vagabondare per la città e raccontata attraverso i suoi sogni, i suoi pensieri, i desideri. Vorticose sono le idee di regia e di montaggio disseminate lungo tutto il film. Nerosubianco è un piccolo grande monumento a cosa dovrebbe essere il cinema politico: un cinema che pratica la rottura e l’innovazione non tanto (o non solo) a livello narrativo, quanto a quello stilistico. Il finale, con la protagonista che si riunisce al suo mediocre ragazzo, sembra essere notevolmente in anticipo sui tempi con il suo gettare un’ombra sull’illusoria promessa di libertà che gli anni Sessanta promettevano. E veniamo a Hotel Courbet. Proiettato subito dopo Nerosubianco, l’ultimo lavoro del regista sembra quasi un manifesto teorico della seconda parte della sua carriera. Come scrisse qualche anno fa Marco Giusti:«Finite le ideologie, scomparsi i generi, Brass sa perfettamente di compiere un atto di teoria cinematografica scegliendo di inquadrare un culo quasi eliminando i volti e le voci.» Da qui il disinteresse di Brass per gli attori, per la recitazione ed un’attenzione (ancora) straordinaria all’aspetto formale. Hotel Courbet palesa le ispirazioni letterarie ed artistiche del cinema erotico brassiano: può piacere o non piacere ma non può non ispirare simpatia un cinema così isolato, così chiuso e aperto allo stesso tempo, così abbandonato a se stesso. Che se poi lo si guarda con attenzione ci si rende di quanto la regia di Brass sia in assoluto la più inventata, libera e originale di tutte le cose italiane viste a Venezia 66. Questa breve retrospettiva è stato un giusto riconoscimento ad un piccolo maestro, un regista intelligente tanto ammirato e stimato nel resto del mondo quanto ignorato e detestato in Italia. Come sempre accade con i registi più scomodi e meno accomodanti, autori di un cinema autenticamente libero.
Germano Boldorini






