1428 ORIZZONTI

1428 HAIBIN DU
SEZIONE: ORIZZONTI
La realtà documentata senza filtri
SINOSSI
Il “Grande Terremoto del Sichuan” si è verificato alle 14.28 del 12 maggio 2008. 10 giorni dopo: scene che non si vedono alla TV, “sopravvivenza” è la parola chiave. Gente comune cerca di ricostruire le porcilaie distrutte sulle montagne, di recuperare ferraglie da vendere a qualche centesimo o di saccheggiare le case delle vittime. Al di là delle visite ufficiali poste sotto i riflettori dei media, si osserva anche il dolore privato e inconsolabile delle famiglie che cercano i loro cari. Un vagabondo dagli abiti laceri si aggira fra le rovine osservando scene tragiche. Un monaco e un taosita visionario suggeriscono che “il terremoto è la conseguenza della mancata venerazione degli Dei della Terra”. 210 giorni dopo: inverno rigido, abitanti dei villaggi preparano le celebrazioni del capodanno lunare. Il vagabondo e la sua famiglia si lamentano della malagestione dei progetti di ricostruzione e dello stanziamento dei fondi. Con le visite ufficiali, arriva anche una radicale pulizia dei villaggi e degli accampamenti per i terremotati. La promessa che tutti abbiano una casa per l’inverno sembra molto difficile da mantenere. Alcune componenti contraffatte della centralina elettrica hanno causato un blackout durante il cenone di capodanno. Il mattino del primo dell’anno comincia con un corteo interminabile di turisti venuti ad acquistare dvd con le scene più orripilanti; album-souvenir di cadaveri che affiorano dalle rovine e foto scattate sullo sfondo di Beichuan, la città più colpita dal terremoto, dove più di 70.000 persone sono morte in pochi secondi.

 

Guardando 1428 a soli cinque mesi di distanza dal terremoto che ha duramente colpito l’Abruzzo, la sensazione è quella di un triste deja-vu che, anziché gli italiani, ha come protagonista la popolazione cinese. Il regista Haibin Du si aggira come un timido osservatore, mai invadente o assetato della più lacrimevole delle storie, tra le tragedie di gente che, dopo aver perso tutto, naviga in bilico tra l’immagine serena di passato irrimediabilmente scomparso e il tormento di un futuro quanto mai incerto. Il suo obbiettivo è quello di documentare le storie delle persone, accogliere la loro disperazione, le loro proteste, la loro voce di sfogo; lo strumento che utilizza è una lucida obiettività rintracciabile nella sua interessante e controcorrente scelta di eseguire le riprese sia dieci giorni dopo il disastro, sia sette mesi dopo l’accaduto. Questo gap temporale dà modo a Du di testare con mano cosa è stato realmente fatto per i terremotati, svelando eventuali contraddizioni tra quanto riferito dai media e la concreta situazione in Sichuan. Sullo sfondo di una rapida ricostruzione promessa e promossa dal governo cinese e delle due visite del primo ministro Wen Jiabao, si agitano così le strane ombre di velati dissensi verso il Premier, di case ancora ridotte in macerie, del trasferimento della gente in nuovi edifici spuntati come funghi in zone distanti dalle vecchie abitazioni e costruiti con materiali di qualità scadente, della creazione di un nuovissimo cementificio nella zona colpita dal sisma. Haibin Du annulla la sua presenza di regista e non esprime alcun commento in proposito, lasciando che siano le persone a parlare liberamente. Sono proprio le parole di un giovane cinese, che vende immagini del disastro ai turisti, a concludere il film: i morti sono morti, è ai vivi che dobbiamo pensare. Conclusione amara ma permeata dello stesso rigore che pervade un documentario intenso e ben strutturato.

Francesco Bonerba

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