Pixar - 25 Anni di Animazione in mostra a Milano

Il linguaggio digitale e la mano dell'uomo al servizio dell'arte 

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Partiamo dalla fine. Uscendo dalla mostra Pixar – 25 Anni di Animazione, al Pac – Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano, la sensazione è che nulla, in tutti questi anni, sia davvero cambiato. Sensazione forse paradossale a pensare ai passi da gigante compiuti in un quarto di secolo da quella che all'inizio era una minuscola compagnia di hardware e software che faceva cose che nessuno aveva mai fatto. Rapidissimo riassunto: nata come divisione della LucasFilm ai tempi in cui George Lucas si rese conto delle immense potenzialità degli effetti speciali, venduta poi a Steve Jobs, astro nascente della Apple Computer e poi, all'apice del successo, acquistata dalla Walt Disney con cui Lasseter ebbe fin dall'inizio un rapporto travagliato: licenziato agli albori della sua carriera perché interessato a tecniche troppo avveniristiche e ora direttore creativo degli stessi studios che anni prima non compresero il valore delle sue intuizioni. Dal 1995, con l'uscita del primo lungometraggio di animazione Toy Story la Pixar si è imposta non solo sul panorama d'animazione ma ha guadagnato anche un'enorme credibilità a livello più generalmente cinematografico. Quasi ogni suo film è riuscito a essere molto più di un semplice cartone animato d'intrattenimento, fatto di momenti divertenti e tristi, rivelandosi acuta e struggente espressione dei sentimenti pregnanti l'animo umano. La mostra al Pac dimostra, che in tutto ciò, la tecnologia è stata solo il coadiuvante, e non l'elemento fondamentale nel successo della Pixar. Non ci aspetterebbe infatti, una presenza tanto massiccia delle materie d'animazione tradizionali: ogni parete è ricoperta da disegni. Matita, pennarello, inchiostro, acquarello, pastello, collage fino ad arrivare ai più recenti dipinti digitali, e poi i calchi dei personaggi, il lavoro fondamentale degli animatori sembra non tanto quello tecnologico quanto quello manuale. Una manualità dilagante nelle mille mani che si immaginano all'opera sui fogli, un interminabile rumore di tratti e schizzi e cancellature in una sinfonia creativa inarrestabile. Eliminiamo dunque il primo pregiudizio, lo stesso che ebbe la Walt Disney negli anni Ottanta: la tecnologica è materia inerte se priva d'anima. Animare ritrova qui il suo senso originario, dar vita, soffiare emozioni, sentimenti, passioni in oggetti inizialmente freddi, che siano disegni o pixel digitali. Non esiste, in altre parole, l'animazione senza l'animatore, individuo in carne ed ossa che usa la propria creatività e la propria sensibilità come strumenti primari della propria opera. Come si diceva sopra, nulla è cambiato davvero.

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 Per meglio rendere l'idea dell'organizzazione del lavoro la mostra è suddivisa per film, ognuno con tutte le proprie sottocategorie produttive: lo sviluppo fisico e caratteriale dei personaggi per tentativi – sapevate ad esempio che all'inizio Woody era molto più grande di Buzz Lightyear nonché un essere veramente antipatico ai limiti del repellente? – accompagnati dai relativi calchi necessari per la resa tridimensionale al computer – con una Boo di Monster & Co. inizialmente più grande e riccioluta – la scrittura della storia con i vari storyboard di ogni scena, con i singoli disegni a volte assemblati in sequenza video (storyboard digitale) per darne una prima idea "animata", i color script che servono a rendere, con il colore, il contenuto emotivo dell'intera storia, e infine, il mondo stesso dove la storia è ambientata. L'immaginazione non è aleatoria, anzi, obbedisce a una precisa coerenza interna: tutto, benché opera di fantasia, deve rispondere a determinate regole di credibilità. Il funzionamento dei meccanismi interni (!) dei giocattoli di Toy Story viene progettato minuziosamente come se bisognasse produrne un giocattolo vero, il robot WALL-E è studiato nella sua modellazione e allo stesso modo si immagina come debbano apparire, dopo 700 anni di decomposizioni, le sue enorme torrette di immondizia.

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 Ad accompagnare la mostra ci sono due gustosissime installazioni: la prima, Artscape, proiettata su un enorme schermo, mostra, su una serie di finestre che aprono a veri e propri mondi visivi, il passaggio, che nella realtà costa anni di lavoro, dal disegno bidimensionale fino alla visione in 3D. La seconda, è Zootrope Toy Story, la versione tridimensionale dell'antico zootropio, una macchina che nell' 800, che ruotando una serie di immagini all'interno di un cilindro riusciva a dare l'illusione del movimento. La moderna versione della Pixar è uno dei pezzi forti della mostra, capace di tenere incollato lo spettatore per un tempo infinito ad osservare come dal nulla, improvvisamente di fronte a lui si animi tutta la banda di Toy Story, con Jessy che rotea il lazo, Buzz Lightyear che cammina saltellando su un pallone e i soldatini che si lanciano in missione aprendo il paracadute! Inoltre nella sezione Cortometraggi si potranno vedere i primissimi corti di Lassater da Le Avventure di Andrè e Wally B  – primo corto d'animazione in computer grafica – alla mitica Luxo Jr divenuta poi il simbolo del logo degli Studios. Una volta metabolizzato tutto questo materiale, non si può che aspettare il prossimo lungometraggio Pixar, di cui però una prima anticipazione di disegni potrà essere visibile proprio nella mostra. In attesa della sua uscita, non resta che correre a Milano e godersi una delle più belle e intense mostre degli ultimi tempi: arte della manualità, arte della tecnologica, passione creativa, ancora una volta la Pixar ci ruba il cuore.

 

Veronica Vituzzi

   

Informazioni sulla Mostra


PIXAR :25 ANNI DI ANIMAZIONE

dal 23/11/11 al 14/02/12

Sede  PAC Padiglione Arte Contemporanea
via Palestro, 14 - Milano

Orari  lunedì 14:30 – 19:30
da martedì a domenica 9:30 – 19:30
giovedì 9:30 – 22:30

Sito Ufficiale

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