La Vita e la Morte: il Cinema estremo di Pedro Almodovar

 Vera gli ricorda la donna che aveva amato, che aveva provato a fare sua per sempre, prima che il Destino glielo impedisse. Non può essere lei, lo sa, eppure la somiglianza è così forte. C’è un altro uomo, però, che l’aveva desiderata, quella donna, molto prima di lui; e l’aveva avuta. Quando lei se ne andò per sempre, Robert le dedicò un mausoleo: un nuovo corpo vivo, un tempio umano; fece rinascere la sua immagine nella carne di un altro uomo

La pelle che abito –

almodovar
Ossessione, suicidio, sessualità morbosa; il Cinema di Almodovar è tutto questo e molto altro. Egli ha con l’immagine lo stesso, intimo, rapporto di un David Lynch, e una mania per la carne, per l’esperienza corporea estrema, che ricorda quella del Cronenberg di un Crash o di un Inseparabili. Il regista spagnolo ha sempre voluto superare i limiti del “Cinema Classico”, e continua a farlo, anche da quando il suo è considerato un Cinema d’Autore; egli ha voluto, e saputo, portare la passione umana, nella complessità delle sue espressioni, nella settima arte. La sua filmografia è una discesa nelle profondità dell’anima, accesa da pulsioni orribili o meravigliose. La loro trasposizione in arte non avrebbe potuto che risultare, nel bene e nel male,  sempre e comunque estrema: questo è il Cinema di Pedro Almodovar.

Almodovar accumula negli anni della censura franchista un carico di energie vitali che esplodono a partire dal 1980, quando dirige Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio. Il lungometraggio raccorda alcuni dei temi che il regista affronterà per il resto della sua vita: l’oscenità sessuale, la violenza, e il ruolo della donna. Proprio la figura femminile, oggetto (Matador, 1986), o soggetto volitivo (L’indiscreto fascino del peccato, 1983), accompagna l’opera di Almodovar anche nei restanti anni 80: un libero sfogo della carnalità, racchiuso nella vita di ogni singola sequenza. Gli anni '90 sono quelli della grande esplosione di Almodovar, che incomincia ad essere considerato uno dei più grandi registi europei. Madrid, sempre presente, è per lui ciò che New York è per Woody Allen, ispirazione, critica e apologia; la città incornicia Tacchi a spillo (1991) e Kika - un corpo in prestito(1993), dove Almodovar ci racconta storie di uomini e di donne nel peccato, nel pieno della vita ma sempre accompagnati dalla presenza della morte. Sullo sfondo ci sono l’arte, lo spettacolo, gli stupri, i media e la Polizia: proprio la contaminazione col genere poliziesco si ripropone spesso come elemento centrale nelle commistioni di genere del regista. La figura del tutore dell’ordine entra anche in Carne Tremula (1997), riempito di trasgressione, voglia di sessualità estrema, e droga. Almodovar getta il suo sguardo sempre più grottesco su un’umanità allo sbaraglio, che può trovare il senso del proprio esistere solo nel consumo di un momento di lascivia, e che, sconvolta e delusa, può anche prendere la strada del suicidio.

Tutto su mia madre (1999) è uno dei capolavori di Almodovar, e gli vale l’Oscar come  miglior film straniero: sebbene sullo sfondo ci sia un certo umorismo nero, e una critica al divismo, la pellicola è pervasa da un pesante carico di umanità: l’amore di una madre verso un figlio morto, e la totale accettazione della sua figura. La malattia, il ricordo, l’emergere di un passato doloroso: la sofferenza è una colpa espiata, e la speranza di Almodovar va contro la morale ibseniana: forse, le colpe dei genitori non ricadranno sui loro figli, ma anzi questi li riscatteranno vivendo. La parabola umana del regista prosegue entrando nel nuovo millennio: il successivo Parla con lei (2002) è mosso dall’amore, fulcro della pellicola. Questa volta la mano di Almodovar sfiora il più nobile dei sentimenti, facendocelo vedere dagli occhi dell’Uomo, che poggia lo sguardo sulla Donna che ama mentre lei è in coma: l’impossibilità di una pienezza della vita rafforza l’attaccamento a quello che ne rimane, e ci commuove. L’amicizia, altro tema di Parla con lei, è un legame forte, che si instaura quando cade il velo sul cuore, ed è complicata e genuina. Alicia e Lydia sono il sogno dell’amore romantico, perché non si può coronare; tra le vite, in flashback, emerge l’amaro che solo ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato, può lasciare. La vita, ancora, ridà altra vita a chi l’ha generata: nelle incerte strade del vivere umano Alicia e Marco, fragili come un passo di danza del Cafè Muller, troveranno forse l’equilibrio per restare vivi, insieme. Con Volver (2006), Almodovar torna al ruolo centrale della donna, e ne prende le parti valorizzandone l’indipendenza. Madrid è ancora la città della sopravvivenza, la custode degli inconfessabili segreti di Raimunda:  l’incesto sporca di sangue e indecenza l’esistenza; il fuoco, ancora una volta, è l’agente che storpia e disinfetta, e che tornerà a cancellare amori e passioni ne La pelle che abito (2011). Il mondo di Almodovar, o almeno quello che ci ha reso, è la negazione del sogno ad occhi aperti, l’accettazione totale della vita, così com’è. È divertimento, è sfogo e riflessione su una società che ha, intrinsecamente, bisogno d’amore, e ch'è disposta alla violenza pur d'averne.

Francesco Fotia  

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