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Se penso a “Il Grinta” dei fratelli Cohen penso prima di tutto ad una fotografia fredda: i colori sono scuri e il sole nel deserto sembra piuttosto una lama affilata di rasoio. I costumi si adattano a questa luce severa e le trame larghe e le pieghe del lino e dei tessuti pesanti ben si fondono con le caratteristiche dei personaggi. I guardaroba degli attori sono molto caratterizzati, immagino sia stato piuttosto facile muoversi nella sartoria del film alla ricerca di un pezzo o di un altro.

La protagonista, la quattordicenne Mattie Ross è la proiezione della donna che sarà. Mi piace immaginarla così arguta e tagliente molto prima che Tom Chaney irrompesse nella sua vita privandola del padre. Rigida nei suoi scuri abiti da lavoro di cotone pesante, unico vezzo – se così si può chiamare – il candore di un colletto. L’unica borsa che le vedremo sotto braccio sarà “un sacco da farina vuoto” . Tenera la scena dell’incontro fra lei e Rooster Cogburn nella quale la vediamo indossare l’abito buono con la redingote e il colletto bianco esterno a ingentilire lo scollo monacale. L’abitudine alle privazioni è manifesta, la grandezza del suo cappotto fa pensare a un capo dismesso o che sia stato acquistato comodo in previsione del cambiamento di taglia.

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Il momento della presa di coscienza, sottolineata dal cambio d’abito è memorabile sia per quanto riguarda la scelta stilistica di Mary Zophres (costumista) con l’accortezza del pantalone incalzato negli stivaletti e le maniche troppo lunghe ripiegate che mostrano la fodera - che non sono passate inosservate - sia per la bravura della piccola Hailee Steinfeld che indossa il cambio (raccordatissimo!) con gesti meccanici e precisi che devono aver aiutato molto il reparto costumi.

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Se il percorso di Mattie Ross è in crescendo quello del Grinta è invece l’opposto, come sottolinea il cambio d’abito. Nella sala del processo Cogburn veste un abito scuro che fa il verso a quello dell’avvocato dell’accusa: pantalone gessato, camicia bianca con il collo inamidato, panciotto, giacca, cravattino, catena d’oro in tasca che sottintende un orologio, addirittura una bombetta all’uscita. Un po’ troppo impersonale se non fosse per quegli stivali e la benda sull’occhio. Lo ritroviamo nel retro dell’emporio di un cinese su un letto di fortuna in maglia, braghe e calzettoni, spettinato e con un mucchio di abiti stropicciati ai piedi del letto. Ecco il vero Rooster emergere in tutta la sua trasandatezza, mentre smaltisce la sbronza che gli rende difficoltoso anche girarsi una sigaretta. Il vecchio Rooster ricorda una grande quercia che rivela la sua età quando gli si taglia il tronco. Il suo abbigliamento è composto da strati che vanno man mano appesantendosi, sono come la scorza della quale si è andato a ricoprire con gli anni. In questo lui e Mattie Ross si somigliano, anche lei mostra solo in una frazione di secondo quella plissettatura delle maniche della camicia da sotto il cappotto informe al momento dell’omicidio di Chaney, sullo sperone roccioso. L’ultimo ricordo d’infanzia, una camicetta scelta forse dalla mamma di lei, che muore assistendo all’assassinio di un assassino. Dettagli degni di nota sono il buco sul cappello di Cogburn, liso e sporco di chissà quanti anni di caccia all’uomo e anche quell’unico primo bottone della giacca abbottonato, per cavalcare più comodo ma forse anche perché gli abiti sono ormai troppo stretti su quel “vecchio grasso”.

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“Quella vi renderà un pezzo grosso nel vostro stato ma qui dovete fare attenzione che i vostri finimenti texani e la vostra carica non vi rendano ridicolo” (Mattie Ross al Texas Ranger LaBoeuf) Il Texas Ranger LaBoeuf è l’altra faccia della medaglia dello sceriffo Cogburn. E’ giovane, attraente, sobrio, veste colori chiari e prova attrazione nei confronti di Mattie in quanto esponente di sesso femminile come rivela durante l’incontro nella camera da letto di lei: “Mentre ero seduto a guardarti ho valutato l’idea di rubarti un bacio anche se sei una ragazzina malata e per giunta poco attraente ma ora ho voglia di darti cinque o sei belle frustate con la mia cinghia.” - “Mhh, l’una cosa sarebbe spiacevole quanto l’altra”.

In realtà cambierà idea durante il proseguimento della loro avventura fino a confessare a Mattie di essersi guadagnata gli speroni con il suo coraggio e determinazione. L’impressione è che LaBoeuf non abbia grande considerazione delle donne, dato che attrazione e stima il lui sembrano crescere e decrescere in maniera inversamente proporzionale. Ad ogni modo il suo costume, nella sua semplicità rivela dettagli interessanti come le fitte frange della giacca, gli alamari, la delicata fantasia del foulard, la doppia fibbia del cappello e la stella marchiata a fuoco sulla gamba degli stivali.

Il Grinta è un film che prevede pochi cambi d’abito e se da un lato può essere considerata una piccola fortuna per gli addetti ai lavori d’altro canto l’attenzione al dettaglio dev’essere ancora più marcata. Quando la conoscenza fra i personaggi si fa più profonda o quando l’uno è più fragile nei confronti dell’altro si tende a togliere alcuni pezzi: la piccola Mattie con LaBoeuf in camera da letto veste una camicia da notte e si copre con la coperta, Cogburn è in pigiama anche lui, se così si può chiamare, quando Mattie lo va a cercare, La Boeuf non ha più giacca e gilet dopo essere stato colpito dalla pallottola dello sceriffo Rooster Cogburn.

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La teoria degli strati non vale per Tom Chaney che toglie la giacca nera per necessità proprio come il Ranger ma in realtà la sua camicia è già evidente durante la sua discesa al fiume e il suo incontro con Mattie. Non ha nulla da nascondere lui, non ha una personalità complessa da celare, e comunque non avrebbe neppure il tempo di farlo con quelle poche pose. E’ Lucky Ned Pepper la mente della banda, è lui che muove il fili di Chaney come un burattinaio e se quest’ultimo non ascolta l’ordine di Pepper alla fine è solo per esasperazione e perché non può accettare che una ragazzina gli venga preferita. E’ una legge del west.

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Lucky Ned Pepper è la vera rivelazione per quanto mi riguarda. La stoffa del capo esce fuori nel relazionarsi con Mattie fin dal primo istante. La prima informazione “costumistica” che riceviamo sul suo conto, dato che non riusciamo a vederlo, è che veste gambali di pecora. Solo lui li ha ed è plausibile che siano il tratto distintivo del suo abbigliamento dato che Cogburn è anziano, molto distante quando lo indica a Mattie e per di più cieco. Mi viene da pensare che se li avesse visti per la prima volta non li avrebbe inquadrati così bene…

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La sua giacca è della giusta taglia anche se impolverata e lisa in corrispondenza dei taschini. Lo veste bene, comodamente anche se interamente abbottonata!

La Mattie Ross adulta che incontriamo venticinque anni più tardi, scende nuovamente dal treno ma l’età adulta ha cambiato il suo armadio: il tessuto del suo abito nonostante il nero è schiarito dalla griglia bianca, che rende al contempo il suo carattere spigoloso, il cappellino calzato centrale non ha funzione estetica.

Bella la rifinitura del risvolto della manica sul moncone del braccio tagliato.

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Tra le altre cose credo sia giusto menzionare il lavoro fatto sui piccoli ruoli e sulle figurazioni. A partire dal casting che ha trovato i visi e le fisicità adatte, costumi, trucco e parrucco non sono caduti nell’eccesso, niente esagerazioni scontate. Questo ha permesso di apprezzare la figura del medico vestito di pelle d’orso, ma anche le figurazioni indiane ad esempio, che circondano i signori Younger e James dello spettacolo sul Selvaggio West. Il film comincia con la voce fuori campo di Mattie adulta che racconta la sua storia; è dunque plausibile pensare che quella fino al suo arrivo a Memphis sia stata tutta una rievocazione. Verso la fine in effetti i colori diventano più vividi e l’abbigliamento delle figurazioni più accurato.

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Credo sia un espediente volto a marcare il passaggio temporale. 

Federica Maria Carbone

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