Hugo Cabret - Martin Scorsese

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LA FIABA ALLA CONQUISTA DEL CINEMA

Hugo Cabret

Il giovane Hugo Cabret vive da solo nella stazione di Montparnasse a Parigi. Ha un obiettivo: far funzionare un misterioso automa che il padre orologiaio stava riparando prima di morire. La sua vicenda si intreccia con quella di un burbero negoziante di giocattoli e della sua figliastra Isabelle, grande amante della letteratura, decisa ad aiutare Hugo nella sua avventura.

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER!

L’ultimo film di Martin Scorsese segna numerosi primati per il regista italoamericano: è il suo primo film dai tempi di Boxcar Bertha (America 1929: sterminateli senza pietà, 1972) a chiamarsi con il nome  del protagonista; è il suo primo film ad essere realizzato in 3D; è soprattutto la sua prima favola, pensata anche per un pubblico infantile.

Ogni elemento del film, dalla presenza di due bambini come protagonisti (Asa Butterfield e Chloe Grace Moretz), alle scelte musicali di Howard Shore, fino alle scenografie di Dante Ferretti contribuiscono da una parte a ricreare con grande esattezza la Parigi dei primi anni Trenta, dall’altra a costruire una perfetta atmosfera fiabesca, in apparenza più nelle corde di uno Steven Spielberg che di Scorsese. Diciamo in apparenza perché in realtà Hugo Cabret contiene un piccolo grande segreto: quella che inizia come un’avventura con un mistero da risolvere (il misterioso messaggio contenuto nell’automa da riparare), con tanto di aiutante femminile (Isabelle) e di nemici da affrontare (l’ispettore ferroviario interpretato da un irresistibile Sacha Baron Cohen) improvvisamente, verso la metà del film, dichiara apertamente come il suo obiettivo sia in realtà il cinema ed in particolar modo l’opera di George Méliès. Ecco che Hugo Cabret cambia genere (da favola diventa quasi un film biografico) e cambia protagonista (da Hugo a George); per superficiale coerenza dovrebbe cambiare anche  titolo in George Méliès.È in questo movimento tutto interno al film che è nascosta la grandezza di Hugo Cabret e la genialità di Scorsese: trasformare la vita avventurosa e folle, divertente e tragica di uno dei grandi pionieri del cinema nell’oggetto di ricerca della sua avventura fiabesca.

E più che Hugo Cabret, che nel finale troverà una famiglia che si prenderà cura di lui, ci sembra emblematica della reale traiettoria del film la figura della piccola Isabelle, che non conosce il cinema (papà George glielo ha vietato), passa le sue giornate sognando sui libri e scoprirà di avere Méliés come padre adottivo. La “grande avventura” che Isabelle tanto sognava è quella che la porterà a scoprire la meraviglie del cinema.

Guardando Hugo Cabret si intuisce chiaramente come i momenti dedicati alla rievocazione della carriera di George Méliés siano quelli più sentiti dal cinefilo Scorsese: nella ricostruzione dell’entusiasmo del geniale regista, dell’amore e della dedizione con i quali realizzava i propri film, traspare tutta la profonda stima che l’autore di Fuori Orario nutre nei confronti di Méliès. Neanche Ed Wood di Tim Burton era arrivato a tanto, fermandosi sulla soglia di uno sguardo tenero ma essenzialmente privo di autentica ammirazione, un’ammirazione che invece straripa in tutto Hugo Cabret. È assolutamente palpabile la nostalgia con la quale Scorsese, fondatore del “World Cinema Foundation”, associazione che si occupa del restauro di grandi capolavori del cinema mondiale, racconta la triste fine di uno dei grandi padri del cinema, dimenticato dal mondo, dato per morto in guerra e finito a vendere giocattoli in una stazione di Parigi. Qui il film di Scorsese diventa anche una dolorosa riflessione sugli spietati meccanismi del mondo dello spettacolo, capace di innalzare registi o attori a ruolo di grandi stelle e di lasciarli poi cadere nel dimenticatoio: è compito dei cinefili come Rene Tabard (il critico studioso di Méliès interpretato da Michael Stuhlbarg) e dei registi come Martin Scorsese riscoprire e tramandare ai posteri la memoria di film, registi e attori. E dopo aver ammirato il lavoro di Méliés e aver rivisto alcuni tra i suoi capolavori appare anche profondamente giustificata la scelta del 3D, l’unico mezzo che il cinema ha ai nostri giorni per perpetuare quel senso di meraviglia e di fantasmagoria visiva che caraterizzavano le opere del regista di Le Voyage dans la Lune.  

Il regista di Toro Scatenato ha realizzato un omaggio al padre del cinema fantastico, per anni sterilmente contrapposto ai fratelli Lumiere (che sarebbero invece i primi esponenti del cinema “realista”) all’interno di una polemica vecchia e superficiale che non interessa Scorsese. Quello che gli sta realmente a cuore è celebrare l’universalità del cinema di Méliès e le emozioni che il cinema è in grado di trasmettere al pubblico, sopra ogni differenza tra generi, poetiche e stili: una dichiarazione d’amore per la settima arte in perfetta coerenza con la prima parte del film dove si afferma che se il mondo è un grande ingranaggio (come il cinema) ognuno di noi deve avere uno scopo. Come a dire che aldilà della meccanica del mezzo cinematografico quello che conta è sempre la capacità di creare emozioni attraverso le immagini. Sorta di manifesto di tutta una generazione (quella dei cineasti cinefili degli anni Settanta) e allo stesso tempo commovente dichiarazione d'amore per il cinema, Hugo Cabret è un autentico capolavoro che farà storia.

Germano Boldorini

 

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