Millennium: Uomini che odiano le donne – David Fincher
- Creato Sabato, 04 Febbraio 2012 14:20
- Pubblicato Sabato, 04 Febbraio 2012 14:20
- Scritto da Giovanni Villani

Stieg Larsson approverebbe
Mikael Blomkvist, giornalista celebre per le sue inchieste, dopo una causa perduta contro un ambiguo uomo d'affari, viene ingaggiato da Henrik Vanger, potente industriale svedese, per trovare la verità ed il corpo della giovane nipote, scomparsa quarant’anni prima e probabilmente assassinata da un membro della “più detestabile collezione di individui che incontrerai mai”, sua famiglia. Lasciato il lavoro, Mikael inizierà ad indagare e si servirà della collaborazione di Lisbeth Salander, investigatrice senza scrupoli con un passato atroce ed un presente non migliore. I due dovranno affrontare i fantasmi della famiglia Vanger che proveranno ad ostacolarne l'indagine, minacciando la loro stessa vita.
Quando un remake (o addirittura un reboot) viene girato a pochissimi anni di distanza dall’uscita delle prima versione, il pensiero comune è: “ma perché?”. Le risposte possibili sono molteplici e spesso, anche le più maligne, condivisibili. Quando uscì la notizia che, dopo The Social Network, il regista David Fincher avrebbe curato l’edizione hollywoodiana della saga di Stieg Larsson, Millennium, le perplessità non si fecero attendere, anche da questa testata e dalla penna che vi scrive; Zodiac ed Il Curioso Caso di Benjamin Button hanno fatto storcere la bocca a molti, facendo credere che la magia di Fincher, impiegata per girare Seven e Fight Club, fosse svanita chissà dove; con il film sulla genesi di Facebook aveva sì dimostrato di aver conservato parte di quel genio, ma non convincendo totalmente i suoi sostenitori.

Con questo Millennium: Uomini che odiano le donne, David Fincher vince la sfida del remake e convince con una ritrovata verve, non uguale a prima ma sicuramente degna di attenzione. Parte di questa riaffermazione potrebbe essere stata conquistata anche grazie alle potenti sonorità del duo di fidati musicisti Atticus Ross e Trent Reznor, premio Oscar per le loro musiche sulle immagini di The Social Network, fidati collaboratori di Fincher e artefici di suggestive atmosfere nel corso del film (prossimamente Superga Cinema dedicherà alla colonna sonora del film un ampio approfondimento).
Un rifacimento di un regista tanto illustre non può esimersi dalla tortura dei confronti con l’originaria trasposizione europea. Le previsioni di una vicenda ripulita, e magari più glamour, annunciavano una vera catastrofe e, forse per non subire troppe pressioni o per mero riservo, quasi niente è trapelato dal set del film sino a 3 mesi dall’uscita americana. Il risultato è decisamente convincente, seppur con delle differenze pensate, specialmente nelle intenzioni: si nota subito che la trama della vicenda è decisamente più chiara, senza troppo sacrificare i toni cupi e fortemente inquietanti dell’originale. La vicenda resiste e viene tesa moltissimo come i migliori colori del thriller, la detective story ed il noir: intrighi, perversioni e delitti acquistano nuovo smalto e spessore in questa nuova versione facendo ben sperare per l’eventuale seguito della saga (ancora non è sicuro se Fincher curerà la direzione dei due sequel che, però, verranno prodotti quasi certamente visti gli incoraggianti incassi negli Stati Uniti).

La decisione più coraggiosa ed obbiettivo di sicure critiche sarà la scelta di Rooney Mara come nuovo corpo di Lisbeth Salander, personaggio già cult dopo i 3 film svedesi. A differenza della mascolina Noomi Rapace, l’attrice newyorkese dal viso da bambolina è stata trasformata in una sorta di demonietto hi tech e tale metamorfosi potrebbe essere la motivazione principale per la nomination all’Oscar 2012 come miglior interpretazione femminile: visibilmente dimagrita, la muscolarità originaria è stata sostituita da una potenza interiore che subdolamente agisce muovendosi nell’ombra, con astuzia diabolica e accanita ferocia. Molto interessante è il lavoro che i truccatori e i costumisti hanno svolto per caratterizzare al meglio il personaggio ed il suo aspetto esteriore della versione di Fincher: la nuova Lisbeth, non avendo i muscoli e minor aggressività nel mostrarsi della Rapace, preferisce calcare sull’alienazione ed il distacco patologico dalla realtà, rendendola cinica nei momenti migliori e sadica davanti al pericolo.
Non a caso, l’aspetto dell’eroina autodistruttiva cambia a seconda delle situazioni: forte e sicura in prima istanza, nella presentazione ad inizio film, dove scende da una poderosa motocicletta con una invidiabile cresta ben ritta in testa; mite ma corazzata in cuoio e borchie nella fase centrale, dall’aspetto simile ad un alieno, con occhio rotondi, sbarrati e con le sopracciglia decolorate, essere apparentemente indifeso se visto distrattamente; spietata, rapida ed efferata nei momenti drammatici, dove il volto di ex bambolina lascia spazio ad un angelo della morte con il trucco pesante e gli occhi scavati.

Un lavoro complesso, curato, rischioso e per questo degno di attenzione; Fincher, inoltre, può fregiarsi dell’importante merito di aver reso giustizia ad una storia drammatica precedentemente prodotta con troppa foga o imperizia. Se sia tornato il genio adrenalinico dei tempi di Seven non lo sappiamo ancora, ma sicuramente ha subito dei cambiamenti che, come tali, portano novità belle e brutte. Millennium: Uomini che odiano le donne ne è una nuova decisamente gustosa.
Giovanni Villani






