Albert Nobbs - Rodrigo Garcia
- Creato Giovedì, 09 Febbraio 2012 01:07
- Pubblicato Giovedì, 09 Febbraio 2012 01:07
- Scritto da Veronica Vituzzi
Come vivere senza esistere

Fin dall'inizio della sua vita Albert Nobbs ha capito perfettamente la lezione. Per continuare a esistere nel mondo bisogna dar l'impressione di esserci il meno possibile. Concetto afferrato e messo in pratica: Albert ha imparato a far tacere la propria identità. Era una donna, ha smesso di esserlo quando, sola, giovanissima, un abuso alle spalle, ha trovato nel lavoro di maggiordomo l'unica possibilità di sopravvivenza. Capelli corti, il bustino che stringe e nasconde i seni, il nome da ragazzo sepolto nella memoria (Albert non si ricorda più qual è il suo vero nome), portamento impeccabile. Ma anche come uomo, esiste solo come figura sottile che con un cenno invisibile della mano, e occhi imperscrutabili dirige il lavoro della servitù in un prestigioso albergo nell'Irlanda del XIX secolo. Caratteristiche perfette per un maggiordomo: grazie ad anni e anni di meritevole attività nei migliori posti del paese Albert ha accumulato una piccola fortuna con il quale sogna di ricominciare daccapo, con una piccola attività, e grazie al prestigio professionale ed economico, iniziare a esistere per davvero.
Personaggio ingombrante nella sua esilità, Albert Nobbs riesce a spiccare per la sua esistenza in punta di piedi grazie all'interpretazione curatissima di Glenn Close, la quale aveva già notevole familiarità con il ruolo. Si può dire anzi che il film è figlio dell'attrice, la quale, dopo aver recitato a teatro nel 1982 la pièce teatrale tratta dall'omonimo racconto di George Moore, ha portato con sé il ricordo di quella esperienza fino a trovare, trent'anni dopo, i produttori e il regista (Rodrigo Garcia) adatti alla realizzazione della pellicola.
Albert ha davanti a sé i sogni della sua vita futura, quella in cui finalmente potrà sentirsi reale in mezzo alle persone, grazie a un progetto proprio e una famiglia. Il modello è Hubert, l'unico suo simile in cui si imbatte, una donna nascosta sotto i panni di un imbianchino, sposata ad una moglie che ama, forte e decisa nel farsi strada da sola. Altri personaggi cercano, nella storia, di affermare la propria esistenza: Helen, la cameriera puntata da Albert come possibile moglie (una Mia Wasikowska sempre più alla ribalta) vuole realizzarsi attraverso il sogno dell'amore, Joe (Aaron Johnson), il ragazzo con cui esce, vuole costruirsi un'identità vincente che sia agli antipodi da quella del padre violento con cui è cresciuto. Uno strano triangolo amoroso, con tutti gli equivoci che ne seguono, si instaurerà fra i tre, ma le ambizioni di ognuno finiranno per scontrarsi in una tensione esplosiva. Sullo sfondo, un'incomprensibile Johathan Rhys Meyers a caso che passeggia distratto per il film dimentico, e noi con lui, della sua funzione.
Albert Nobbs non è un film su come sia difficile essere donne, anche se certo, essere “solo” donne nell'Ottocento ( e non anche figlie, mogli, madri) significava rischiare solitudine, povertà, violenza. Essere uomini è solo di poco più comodo, anche se gli obblighi di una supposta virilità (ne è esempio il personaggio inquieto e irrisolto di Joe) non garantiscono la libertà che ci si aspetterebbe. Allora, non esserci è la soluzione migliore. Solo in una scena, Albert si concede la libertà di esistere: indossati i vecchi abiti femminili, si abbandona per un attimo alla vita senza trattenersi. È un brevissimo momento di gioia, il sorriso che si apre, una corsa sulla spiaggia, la gonna mossa dal vento, gesti aperti, vividi, le onde del mare che si frantumano a riva, perfino una caduta a terra. Il corpo sbatte sulla sabbia, risuona, parla. È il sollievo di un'anima muta che acquista materia, concretezza, finalmente si rende visibile, tangibile. Si torna a essere, ed è incantevole.
Veronica Vituzzi






