Shame - Steve McQueen

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Nudità emotive

Shame

Brandon, giovane uomo di successo, è ossessionato dal sesso, l’unico momento della sua vita in cui riesce a lasciarsi andare completamente. Ritrovandosi con la sorella minore in casa, anch’essa afflitta da diverse problematiche, sarà costretto a fare i conti con la vita e con se stesso.

Grandissimo ritratto umano e coinvolgente di una solitudine esistenziale deflagrante e imponente, raccontata con toni drammatici ma mai patetici, e con una profonda attenzione alla sofferenza degli sguardi, dei movimenti, degli stessi rapporti sessuali al centro della narrazione. L’erotomania che caratterizza il protagonista, infatti, è la valvola di sfogo per la sua incapacità a relazionarsi con l’altro sesso e non solo, in maniera non superficiale o solo fisica. Al contrario del suo capo (brillantemente impersonato dal James Badge Dale recentemente visto nello straordinario telefilm “Rubicon”), il protagonista, infatti, non ha alcun problema a conquistare le donne, ma spesso preferisce dedicarsi all’onanismo, guardare film porno a tutto spiano, pagare prostitute o ragazze in cam per soddisfare un vuoto evidentemente incolmabile e indescrivibile. Lo stesso che contrassegna anche la sorella, la splendida Carey Mulligan, che cerca di farsi spazio nella sua vita, trovando però un muro di freddezza e incomprensione. Due diverse solitudini, insomma, che chiaramente però hanno matrice comune, matrice intelligentemente non esposta, ma palesata solo tramite gli effetti che ha causato nei due. Senza bisogno di troppe spiegazioni o di troppe parole (si tratta infatti di un film molto poco dialogato), il regista riesce a comunicare la precaria condizione emotiva di questi due fratelli, ormai soli al mondo, e forse incapaci di comprendere appieno le proprie difficoltà. Il tutto mostrato attraverso espedienti tecnici e formali di grande livello, a partire da una bellissima regia che in alcuni momenti ci regala delle sequenze mozzafiato: la meravigliosa esibizione canora di Carey Mulligan che interpreta una struggente e coinvolgente “New York, New York”; la convulsa corsa notturna di Michael Fassbender in un’atmosfera notturna e densa; l’intrigante e affascinante gioco di sguardi tra il protagonista e una ragazza in metropolitana; le diverse scene di sesso e di nudo in cui il corpo di Brandon assume un significato addirittura narrativo, metaforizzando la sua prigione non soltanto fisica.


Ad accompagnare efficacemente e anche in maniera molto emozionante questa regia e questa sceneggiatura misurata, c’è una colonna sonora composta da brani di musica classica, ma anche da pezzi blues e non di rara finezza che sottolineano perfettamente il dramma narrato. Ma a sorprendere maggiormente, andando ad aggiungersi alle numerose qualità dell’opera, arriva l’intensa e decisiva interpretazione di un Michael Fassbender più malinconico e profondo che mai. Più che col corpo, comunque funzionalmente esposto, riesce a recitare con la sola forza dei suoi occhi nei quali è possibile leggere una sofferenza di non poco conto. Un lavoro encomiabile quello svolto dall’attore che ha dimostrato anche una notevole versatilità e ha donato un valore aggiunto ad un film che già di per sé merita decisamente tutta la nostra considerazione.

Alessandra Cavisi

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