War Horse - Steven Spielberg
- Creato Venerdì, 10 Febbraio 2012 14:44
- Pubblicato Venerdì, 10 Febbraio 2012 14:44
- Scritto da Giovanni Toro
Non il miglior Spielberg, ma è pur sempre Spielberg
Il mondo è dominato dai legami, rapporti a volte così forti e saldi da superare qualsiasi ostacolo e avversità. Ed è proprio su di un legame, quello dell'amicizia in particolare, che si fonda l'ultima fatica cinematografica di Steven Spielberg: War Horse.
Il film, tratto dall'omonimo libro di Michael Morpurgo, pubblicato nel 1982 da Kaye & Ward, già adattamento teatrale a partire dal 2007 ad opera di Nick Stafford, racconta, all'alba della Prima Guerra Mondiale, dell'amicizia tra un ragazzino, Albert, e un puledrino di nome Joey acquistato da Ted Narracott, padre di Albert, durante l'asta della fiera del paese. L'acquisto avventato dell'animale ad un prezzo esagerato, causato dall'alzarsi della posta per via del sentimento di rivalsa di Ted verso il proprietario terriero Lyons , partecipe anch'esso all'asta, creerà non pochi problemi economici alla famiglia Narracott. La moglie Rosie vorrebbe allora che quel cavallo venisse riportato indietro perché inabile per stazza e tipologia a lavorare con l'aratro mentre Ted, affascinato dalla bellezza dell'animale, è convinto invece di poterlo usare nel lavoro. Ma proprio quando sembra che la storia vada verso un tragico epilogo in cui Ted si rende conto dell'acquisto sbagliato e imbraccia un fucile per eliminare il cavallo, ecco che il figlio Albert, spinto dall'affetto che nutre per l'animale, si impegna ad addestrarlo rendendolo abile al lavoro nei campi. E così, i due, riescono nell'impresa e crescono insieme fino a quando però le condizioni economiche della famiglia non costringono Ted a vendere il cavallo all'esercito inglese, bisognoso di risorse per la guerra. Da quel momento i due si separano e Joey vivrà delle avventure intense con compagni di viaggio sempre diversi, forte dell'insegnamenti di Albert, fino a che...
Spielberg riesce a rendere visibile l'invisibile con grande maestria. Il rapporto tra Albert e Joey è palpabile, così come lo è quello dell'animale con tutti i personaggi che nel film si avvicendano ad Albert. Affascinato subito dalla storia, che nella sua forma teatrale ha vinto ben cinque Tony Awards, Spielberg capisce che può per l'ennesima volta mettere in scena una storia di amicizia forte, sincera e profonda tra due soggetti non facenti parte della stessa specie, un po' come accadeva con E.T. nel 1982 (e non sembra un caso che il libro da cui è tratto il film è stato pubblicato appunto nel 1982).
“Penso che la storia sia affascinante, ne sono rimasto conquistato. È un film raccontato con sincerità, adatto a tutta la famiglia: un cavallo e un ragazzo uniti da un'amicizia, costretti a separarsi a causa della guerra” - (Steven Spielberg).
Il racconto fila liscio senza molti intoppi. La lunga sequenza iniziale ci mostra il teatro, è il caso di dirlo, in cui si svolgerà gran parte del film, calandoci nell'atmosfera bucolica delle bellissime terre inglesi. Idealmente la storia è divisa in tre fasi: la prima in cui si salda il legame tra il ragazzo e l'animale, affrontando i primi ostacoli non solo di natura fisica (l'addomesticamento dell'animale e la trasformazione dello stesso che deve “adattarsi” al lavoro dei campi) ma anche di natura più finemente psicologica (il fidarsi reciproco e il mettersi in sintonia); la seconda fase in cui la separazione tra i due spinge l'animale Joey ad una crescita repentina, soprattutto in relazione a quel mondo umano tanto incline alla violenza e alla guerra e all'attivarsi di una certa autocoscienza animale che lo aiuterà in molti casi ad aver salva la pelle; l'ultima parte in cui i due sono cambiati nel profondo ma con un sentimento di amicizia sempre presente e saldo. La sceneggiatura fa quindi il suo dovere in maniera egregia, presentandoci il “viaggio” e l'evoluzione dei personaggi in maniera graduale. Forse, avremmo voluto vedere, in parallelo, anche l'evolversi di Albert in assenza del cavallo per incastrare bene ciò che accade nella parte finale del film. È solo un piccolo tassello che forse però avrebbe dato al film una completezza maggiore.

La regia è tipicamente Spilberghiana e rispetta il target del film, come da sua ammissione, “per famiglie”, non visualizzando esplicitamente i momenti più tragici della guerra, in cui “ciascuno di noi perde qualcosa" - (il nonno di Emilie). In una scena, ad esempio, girata in maniera magistrale, le pale di un mulino nascondono un'esecuzione, frapponendosi tra lo spettatore e le vittime proprio nel momento in cui il plotone fa fuoco,visualizzandole poi già a terra ed effettuando così una sorta di censura programmata. I primi piani sempre così cari al regista e meta finale delle tantissime carrellate presenti nel film, ci aiutano a calarci meglio nella storia comprendendo non solo lo stato d'animo dei personaggi del momento ma anche, a volte, la tragicità o la bellezza degli eventi che insieme creano il racconto. A volte per la verità, sembrano forzati, come se si volesse a tutti i costi estrarre un'emozione, altre volte spontanei e sicuramente giustificati dal momento.
Le scene di battaglia (e l'esperienza de "Salvate il Sodato Ryan" si fa davvero sentire) sono molto curate con carrelli a seguire e a precedere che regalano dinamismo alle scene, distogliendo in questo modo il pubblico su quei quadri che inevitabilmente, a camera ferma, mostrerebbero l'orrore e gli orrori della guerra. La fotografia del film è molto curata, ma a volte, anche artificiosa. L'uso massiccio dei proiettori sul set in alcuni momenti del film si fanno davvero “sentire” (o meglio vedere) , rendendo finti gli sfondi e svelando ad un occhio più attento il gioco del cinema; per non parlare anche dell'uso del green screen (o blu screen) in cui gli attori, pochissime volte per la verità, non si accordano per luce e colore allo sfondo. Ma solo, ripeto, ad un occhio veramente molto attento.
Gli attori mostrano invece tutta la loro bravura: Emily Watson nella parte di Rosie Narracott, stimata attrice di teatro e candidata diverse volte all'Academy Awards e al Golden Globe, ha esordito nel film Le Onde del Destino. Si ritaglia un personaggio di contorno ben definito e forte soprattutto nel tenere testa al personaggio di Lyons; David Thewlis, nella parte di Lyons, ha lavorato con Luc Besson e Roland Emmerich. È stato il Professor Lupin nei film di Harry Potter e ha lavorato nel film Il Bambino con il pigiama a righe interpretando la parte del padre soldato del bambino. Nella parte di Lyons riesce a suscitare molta antipatia, disegnando, in modo impeccabile, il personaggio benestante dei primi del Novecento; Peter Mullan, nella parte di Ted narracott, è anche un premiato sceneggiatore e regista. Ha saputo dare al suo personaggio, un carattere forte e un tratto credibile, a volte burbero, in grado di farci intravedere un passato tribolato e difficile; Jeremy Irvine, nella parte di Albert Narracott, debutta al cinema con questo film. Il suo personaggio è acerbo e l'attore, fisicamente, si dimostra troppo grande per interpretare un minorenne, ma i sapienti primi piani di Spielberg ce lo fanno pian piano dimenticare. La musica di John Williams confeziona poi il tutto con un bollino che da sempre è garanzia, guidando il film in tutti si suoi momenti.
Non è il miglior film di Spielberg, ma è di Spielberg, garanzia di una certa qualità in grado di attirare a sé, come una calamita, ben sei nomination all'Oscar 2012. Li vincerà tutti?
Giovanni Toro






