E ora parliamo di Kevin - Lynne Ramsay

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Avere dei figli è probabilmente lo scopo essenziale della nostra vita; crescerli, accudirli secondo i nostri principi e prepararli alla vita sono tutte azioni 'ancestrali' che conosciamo in modo innato. O quasi. Eva è un'eccezione, ancor prima della nascita del suo piccolo Kevin impara a convivere con il malessere, la nausea - morale più che fisica - di portare in grembo una nuova vita che non le appartiene. Il suo corpo 'deforme' è l'affronto iniziale, il neonato fra le braccia appena il secondo capitolo dell'intera faccenda.

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER! LEGGERE DOPO LA VISIONE DEL FILM

Kevin viene al mondo sotto una cattiva luce, un paesaggio fatto di ombre nere nutrito da una madre che non prova nulla per lui - se si esclude un netto sentimento d'odio; un bambino che cresce in fretta, sentendo sulla carne viva il fastidio che lo circonda, l'assenza di una figura materna che possa insegnargli il bello del mondo, la poesia che si nasconde dietro le piccole cose. Resta - al contrario - un padre appassionato e felice, ma etereo e poco presente che riempie solo i ritagli di tempo (e fondamentalmente 'costruito', banale quanto migliaia d'altri padri). Ogni momento che Kevin passa con la madre diventa pretesto per ricambiare il disprezzo, per offendere e colpire (spesso anche in senso letterale) e farla sentire inutile; il dolore passa attraverso i suoi silenzi, gli sguardi colmi di cattiveria, le risposte sboccate. Sedici anni d'inferno dei sentimenti, che fisiologicamente possono avere una sola scontata fine: l'esplosione.

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Kevin è intrappolato in una pièce teatrale senza protagonisti e troppo forte è la sua smania di conquistare il palcoscenico ("È pazzesco che per metà del tempo la gente guardi la tv; e cosa guarda? Gente come me"); l'unica tregua fra lui e sua madre è la chiave del puzzle, quel Robin Hood letto da Eva al figlio prima di dormire è l'ispirazione assoluta. Chiusi i suoi compagni nella palestra della scuola, il ragazzo li trafigge con il suo arco uno ad uno. Uccide allo stesso modo il padre e la sorella più piccola, lasciandoli in terra nel giardino di casa. Lascia sopravvivere la madre, firmando così il suo capolavoro: chi non ha mai saputo amare, ora è davvero condannato a soffrire sino alla fine dei suoi giorni, solo al mondo e maledetto dall'intera comunità. Che cali pure il sipario, fra gli applausi.

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Lynne Ramsay (Ratcatcher-Acchiappatopi, Morvern Callar) dirige un film sporco, slegato, pregno di dettagli e forte di un montaggio che non si limita a raccontare ma costruisce; il mosaico cambia forma ogni volta che ne acquista una, per scoprirsi inaspettato nel finale. John C. Reilly ed Ezra Miller - rispettivamente nei ruoli de il padre e di Kevin - sono splendidi da guardare, anche quando il secondo travalica volutamente le righe. Merita una menzione a parte, invece, Tilda Swinton, che supera sé stessa; la sua interpretazione di Eva, asciutta e decisa, è piena d'una emozione disperata. Ogni reparto funziona al suo meglio, la fotografia (firmata Seamus McGarvey, The Hours, Espiazione) acquista gradualmente contrasto con il passare delle scene, la scenografia di Judy Becker (I segreti di Brokeback Mountain) è un piccolo capolavoro invisibile fatto di non-colori, al quale sopravvive - per ovvi motivi - soltanto il rosso sangue. Elephant di Gus Van Sant elevato ad una potenza superiore, senza ipocrisie e colmo di coraggio. Touché.

 

 

Aurelio Vindigni Ricca

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