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Guardare al passato per trovare un senso nel presente

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Gianni Amelio torna dopo sei anni alla regia con “Il Primo Uomo”, un film che riesce a conquistare da subito il pubblico e la critica, anche quella d’oltreoceano che lo premia al Festival di Toronto. Dopo le sconfitte a Venezia per “Le Chiavi di Casa” e “La Stella che non c’è”, Amelio ci presenta quello che può essere considerato il suo miglior film, subito dopo “Il ladro di bambini”.
Intima e toccante, ma allo stesso tempo leggera, le pellicola racconta la storia di Jean Cormery, un famoso scrittore algerino che, con la scusa di una conferenza universitaria, torna nel suo Paese natio alla ricerca di un collegamento col padre morto mai conosciuto e con gli affetti passati. Dietro al personaggio di Cormery, interpretato da Jacques Gablin, si nasconde la figura altrettanto complessa di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura nel 1957, e quella dello stesso regista la cui vita, nonostante i diversi contesti, ha molto in comune con quella dello scrittore algerino. “Ho il sospetto che io sia stato scelto per girare questo film proprio per la coincidenza tra la mia vita e quella di Camus, per le nostre infanzie. Prendere spunto dallo scrittore algerino mi ha dato forza per intraprendere questa autobiografia. Infatti, ho scritto io i dialoghi che sono ispirati alle vicende della mia famiglia.” ha detto Amelio, ma questo parallelismo non dovrebbe stupire più di tanto, perché in realtà quel primo uomo a cui fa riferimento il titolo comprende tutti noi. Il percorso esistenziale che il protagonista intraprende volgendo lo sguardo al suo passato per dare senso alla propria identità presente è un’indagine necessaria e riscontrabile in ognuno di noi.

Alternando continuamente i piani temporali della narrazione, nel film il presente funge da ponte di collegamento per affondare la mente tra le varie memorie, pescando tra quelle che più hanno segnato la vita di Cormery. Tra liberazioni di cani, feste in spiaggia e lezioni in classe, sono i ricordi  della madre e della nonna, due figure quasi contrapposte tra loro, a dominare. All’austerità della seconda, dura matriarca della famiglia con l’inclinazione al rimprovero, troviamo la presenza silenziosa della madre, che ammira con discrezione i successi del figlio ed è vista più come una complice del ragazzo che come un genitore.
Un altro personaggio che incide nella vita di Cormery è sicuramente Bernard, il maestro, grazie al quale il ragazzo può continuare gli studi, nonostante la resistenza della nonna. Seguendo il principio di Bernard secondo il quale “Ogni bambino contiene in sé i germi dell’uomo che sarà”, Cormery ricerca nel proprio passato gli episodi che l’hanno portato ad essere ciò che è nel presente, motivandone le decisioni, anche quelle politiche che intrecciano la sua infanzia con il difficile contesto storico. La vicenda prosegue infatti sullo sfondo della guerra d’indipendenza algerina che oppose per quasi otto anni l’esercito francese agli indipendentisti del Fronte di Liberazione Nazionale.

Supportato da un’accurata fotografia, il film prosegue con il tipico stile asciutto ed elegante del regista, che ci immerge in un’atmosfera calda e luminosa anche quando parla dei periodi più bui della vita dello scrittore.  “Il primo uomo” è un film che, raccontando la storia di un singolo uomo, riesce a parlare a tutti, consentendo allo spettatore di sentirsi partecipe delle emozioni profonde dei personaggi senza ricorrere ad un eccessivo sentimentalismo, ma puntando sulle capacità interpretative degli attori, sottolineate da diversi primi piani, e appoggiandosi su una solida sceneggiatura.

 Serena Betti

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