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Quando Miyazaki incontra Jules Verne

Laputaita

Il Castello nel Cielo, terzo lungometraggio di Hayao Miyazaki, esce in Italia a più ventisei anni di distanza dalla sua nascita. Il ritardo con il quale questo piccolo capolavoro arriva nelle nostre sale, per quanto abbastanza grave, non va preso esclusivamente come dato negativo, poiché ci dà per lo meno la possibilità di portare avanti un discorso a posteriori definendo un confronto rispetto alle altre opere del sensei; cosa assolutamente necessaria, non potendo vivere il film nell’epoca in cui è nato, per provare a coglierne l’assoluta singolarità. Il Castello nel Cielo è il capostipite di un genere, ma nello stesso tempo un’eccezione rispetto alle forme normalmente preferite dal regista. Non è un segreto che faccia parte di quel pantheon di film ai quali molta animazione giapponese, e non solo, degli anni successivi deve parecchio. Vediamo perché.

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Nelle opere di Miyazaki ricorrono sempre elementi tematici e motivi caratteristici, molti dei quali si ritrovano all'interno del film: l’equilibrio antico e fragile tra uomini e forze della natura; le donne, cardine sincero ed indispensabile di ogni società o villaggio, grande o piccolo che sia; il lavoro umile e l’abnegazione come elementi fondamentali per la crescita spirituale del soggetto. L’amore sfrenato di Miyazaki per il volo rende quest’ultimo un motivo  sempre presente, in tutte le forme possibili.  Meccanismi, ingranaggi, macchine, motori, fuoco, vapore e metalli ricorrono, in bilico tra l’antica arte del lavoro manuale e le fantasticherie del progresso. Proprio di steampunk, per certi versi, si può parlare nel caso de Il Castello nel Cielo, e ancor più lo si potrà fare nel caso de Il castello Errante di Howl: gli anni ottanta (Il castello nel Cielo è dell’86) saranno proprio quelli dell’avanzata inarrestabile di questo genere, oggi amatissimo e più che approfondito, nell’animazione giapponese.

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Miyazaki è un esploratore di mondi, ci mostra tutte le possibilità del possibile e dell’impossibile: dagli animali giganti in La Principessa Mononoke ai piccoli esseri umani in Arrietty; dai cieli di Porco Rosso e Il Castello nel Cielo ai mari di Ponyo sulla Scogliera. In questo tutti i film, in un modo o nell’altro, sono in stretto rapporto tra loro, ogni storia ne richiama un’altra; persino i personaggi spesso si ricordano vicendevolmente tra un film e l’altro nell’aspetto esteriore. Per quanto tali somiglianze siano dovute, senza ombra di dubbio, all’immaginario di Miyazaki che fa da denominatore comune a tutte le opere, di certo non possono spiegarsi solo come conseguenza di un fattore strettamente tecnico. I mondi e le realtà raccontate sono spesso pervase da una sorta di grande e silente spirito delle cose, un inspiegabile ed invisibile abbraccio della realtà a se stessa, un senso di ordine, di ciclicità e di poesia assolutamente totalizzante. I personaggi si muovono tutti insieme in questo mondo: Porco Rosso insieme a Mononoke, Pazu insieme a Howl, Chihiro insieme a Kiki, tutti in epoche e luoghi totalmente differenti, eppure idealmente nello stesso tempo e nello stesso spazio, ognuno parte dello stesso variegato mondo fantastico. In un quadro del genere, è bello pensare che le anime dei personaggi siano portate in qualche modo a connettersi, a confrontarsi, a condividere esperienze, prove e legami.

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Ciò che ci stupisce di più de Il Castello nel Cielo è che si tratta di un’avventura classica. Si respira l’aria di cui sono pregne le pagine di Jules Verne e Jonathan Swift – e non a caso, visto che l’isola fluttuante di Laputa è proprio uno dei luoghi visitati da Gulliver nel romanzo e che i bozzetti di macchine volanti dei titoli di testa Hayao li ha disegnati proprio ispirandosi ai bozzetti di Verne - con l’aggiunta di quel tocco che ci affascina tanto, da occidentali, e che spesso non siamo in grado di definire razionalmente. Proprio il suo carattere tradizionale fa di questa pellicola – sembra strano a dirsi - un vero e proprio unicum, se confrontato con il resto della filmografia del maestro. Di norma nelle storie di Miyazaki non c’è un vero e proprio nemico da sconfiggere, semmai qualcosa/qualcuno da ritrovare o una situazione da risolvere. In alcuni casi, poi, ciò che viene mostrato non è che una piccola finestra aperta su di un piccolo scorcio di realtà, un angolo privilegiato dal quale osservare un particolare ed irripetibile momento della vita di un personaggio; non si avverte mai la necessità – o l’assenza - di un plot eccessivamente complesso o intricato, le ambientazioni e il ritmo narrativo contribuiscono da soli a creare l’atmosfera sospesa e riflessiva – anche se difficilmente potremmo definire “semplice” un lungometraggio di Miyazaki, che sempre implica un sottotesto fortemente metaforico, spesso simbolico. Nel caso de Il castello nel Cielo, invece, i nemici ci sono eccome: sono i tipici cattivi, quelli con gli occhiali scuri e malsani propositi di potere. Lo stesso vale per l’avventura, che è fatta di pericoli e colpi di scena. Ci sono una pietra con strani poteri, una leggenda che leggenda non è un’avventura da intraprendere per scoprirne i segreti: il fatto che oggi si possa dire “tipici”, parlando di elementi del genere, dipende proprio da film come questo.

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Maria Letizia Mirabella

 

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