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Intervista a Steve Della Casa - PART I

UATTRO CHIACCHIERE CON STEVE DELLA CASA

a cura di Stefano Monti

 

- Steve, tu sei un critico cinematografico, sei stato direttore del Torino Film Festival, conduttore televisivo ed ora direttore artistico del Roma Fiction Fest. Una bella carriera, insomma!
Ho anche una certa età! Ho cominciato di fatto nel ’74 quando ho aperto a 21 anni insieme ad un gruppo di amici una sala che si chiamava “Movie club”, che ha avuto grande successo ed è durata per dieci anni. Poi subito dopo ho cominciato a lavorare a “Torino Film Festival” che è nato nell’82 e di cui sono diventato direttore nel ’99. Contemporaneamente ho fatto un po’ di radio, cosa che continua ancora oggi con un programma su Radio Rai che si chiama “Hollywood Party” . Ho lavorato anche a “Telepiù”, a “Sky” ed a “La 7”, oltre ad aver fatto alcune cose per “RaiSat”. Dall’anno scorso sono direttore artistico del Roma Fiction Fest e nel frattempo però mi sono occupato anche della Film Commission Piemontese, struttura che serve per attirare le produzioni sul nostro territorio.
Ho lavorato più come organizzatore che come critico, nel senso che più che recensire i film mi piaceva farli vedere.
- Riguardo proprio a “far vedere” il cinema al pubblico, c’è da dire che la fiction ha un linguaggio narrativo leggermente diverso da quello dei film. E’ stata una sfida per te far appassionare il pubblico di un festival alla fiction?
La gente che popolava il festival era diversa rispetto a quella del cinema. Il pubblico era molto popolare ed la maggior parte dei giornalisti erano della televisione. Sono due mondi ancora molto separati, nonostante siano ormai almeno 40 anni che c’è un travaso continuo dal cinema alla televisione e viceversa. In Italia ci sono stati due grandi registi che sono Rossellini e Cottafavi che a metà degli anni 60 hanno smesso di fare cinema ed hanno iniziato a fare televisione. E viceversa in America ci sono dei registi che hanno cominciato con la televisione e poi sono diventati grandi registi di cinema, come ad esempio Peckinpah, Frankenheimer, Altman stesso.
Poi ultimamente i crossover sono sempre più frequenti in America dove c’è Tarantino che dirige CSI oppure Michael Mann, secondo me uno dei più grandi registi viventi, che viene da Miami Vice; e anche in Italia se tu guardi l’elenco delle fiction e chi l’ha diretta, vedi che la maggior parte di loro sono registi che hanno fatto film, magari non tanti, ma ne hanno fatti: tra i giovani Lucio Pellegrini per esempio è uno che alterna “I Liceali” con film per il grande schermo, come Pavarelli o, tra i più vecchi, Capitani. Di registi solo di fiction non ce ne sono tantissimi. Adesso, soprattutto in Italia, la televisione è entrata pesantemente dentro al cinema. Vederli separati mi sembra quindi un errore, però è una tendenza che c’è. Io ho fatto appunto il festival della fiction e, di tutti i miei amici che si occupano di cinema, quasi nessuno è venuto a vedere anche le cose più curiose, i personaggi più interessanti che c’erano. E’ evidente che sono due mondi ancora separati.
- I grandi network americani fanno anche la première al cinema per alcune serie.
La tendenza del futuro secondo me è che nella sala si avrà la première sia dei film per i cinema che per la televisione. La première in sala è diventata più un fatto quasi teatrale che un fatto cinematografico. Le première poi alla fine che sono? Sono la proiezione di quel certo prodotto, film o fiction che sia, accompagnato da qualcuno. E questo teatralizza la cosa. Caratteristica della storia del cinema è che se tu prendevi un film di Charlie Chaplin e lo proiettavi a New York,a Tokio,o a Bari, lo spettatore vedeva la stessa cosa. Per la prima volta lo stesso spettacolo era identico in tutto il mondo. Adesso in realtà al cinema si cerca sempre di aggiungerci qualcosa da parte del regista, del produttore o di qualcuno che ne possa parlare. Il cinema è diventato in questo modo, anche come numero di persone che mobilita, quello che era il teatro quando io ero piccolo. Ogni spettacolo teatrale è diverso da un altro e così ora la presentazione in sala: il posto in cui tu fai l’evento “mondano” per pubblicizzare il nuovo prodotto.
Il consumo sia del cinema che della televisione per lo più avviene sul piccolo schermo, anche dal punto di vista economico. In America ad esempio la vendita di pacchetti in DVD credo che abbia superato abbondantemente la redditività del box office, senza contare i diritti televisivi.
- Infatti esistono le produzioni straight-to-dvd. Senza sobbarcarsi il costo di una produzione cinematografica.
La produzione cinematografica è quasi sempre passiva, soprattutto per un piccolo film, serve per farlo conoscere. Molte uscite in sala, proprio matematicamente, è evidente che non sono redditizie, ma servono perché il prodotto abbia la consacrazione di essere un film, tant’è vero che alcuni film escono col distributore che garantisce un minimo di persone in sala: se garantiscono 100 biglietti e se ne vendono solo 20, gli altri 80 vengono risarciti. Le cose con forte riconoscibilità come i film di genere, horror in particolare, anche senza l’uscita in sala possono tranquillamente uscire in DVD e secondo me sarà un fenomeno che aumenterà sempre di più.
- Riguardo proprio alle produzioni di genere quest’anno il Fiction Fest si è aperto più ad un certo tipo di serie rispetto all’anno scorso.
Questo perché del cinema mi interessa tutto, e quindi mi interessano anche le cose di genere. Fare una cosa riguardante la televisione, come la fiction, occupandosi solo degli autori della fiction mi sembra una cosa ridicola, nel senso che in Italia il concetto del regista nella fiction è un concetto americano. Noi siamo abituati (in Europa, ndr) con la “comédie des auteures” dove il regista (cinematografico, ndr) è un po’ il maieuta dell’operazione; in America invece io spesso facevo fatica a scoprire chi era il regista dell’episodio di fiction; e anche nelle serie italiane come “Un posto al sole” oppure “ La squadra” è più importante la “bibbia” rispetto a chi le dirige. La “bibbia” è lo schema, il libro dei libri, la struttura fondamentale con le caratteristiche dei personaggi. L’autonomia che ha il regista è quindi molto ridotta: se un personaggio è buono non posso farlo diventar cattivo per un episodio. Detto questo, non puoi fare un festival della televisione tralasciando il genere anche perché nelle fiction ci possono essere varie declinazioni ma sempre un genere di base rimane. Quando presenti il prodotto parli del genere, non dell’autore. A parte rare eccezioni, vedi David Lynch, il pubblico di fiction non si interessa al nome del regista. C’è Michael Mann che è stato scoperto come grande autore quanto ha cominciato a fare cinema. In Miami Vice nessuno sapeva che c’era un signore che si chiamava Michael Mann.
- Quindi possiamo dire che hai portato la tua esperienza e la tua filosofia al Fiction Fest. Quale risposta hai avuto dal pubblico da questo chiamiamolo cambio di rotta?
Dalla gente positivo perché il pubblico è nettamente aumentato e c’erano tutte le fasce d’età. Ripeto, se fai una cosa di fiction non puoi fare il cinematografaro prestato alla fiction che la guarda dall’alto in basso e cerca filmoni del cinema che sono finiti li dentro, sarebbe come se a uno che si occupa di calcio interessassero solo le divise dei calciatori.
Alla prossima settimana per la seconda parte dell’intervista, con domande sulla situazione della fiction italiana!
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