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| Intervista a Steve Della Casa - PART I |
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| Scritto da Stefano Monti |
| Venerdì 10 Ottobre 2008 15:18 |
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QUATTRO CHIACCHIERE CON STEVE DELLA CASA a cura di Stefano Monti - Steve, tu sei un critico cinematografico, sei stato
direttore del Torino Film Festival, conduttore televisivo ed ora direttore
artistico del Roma Fiction Fest. Una bella carriera, insomma!Ho anche una certa età! Ho cominciato di fatto nel ’74
quando ho aperto a 21 anni insieme ad un gruppo di amici una sala che si
chiamava “Movie club”, che ha avuto grande successo ed è durata per dieci anni.
Poi subito dopo ho cominciato a lavorare a “Torino Film Festival” che è nato
nell’82 e di cui sono diventato direttore nel ’99. Contemporaneamente ho fatto
un po’ di radio, cosa che continua ancora oggi con un programma su Radio Rai
che si chiama “Hollywood Party” . Ho lavorato anche a “Telepiù”, a “Sky” ed a “La 7”, oltre ad aver fatto alcune cose
per “RaiSat”. Dall’anno scorso sono direttore artistico del Roma Fiction Fest e
nel frattempo però mi sono occupato anche della Film Commission Piemontese,
struttura che serve per attirare le produzioni sul nostro territorio.
Ho lavorato più come organizzatore che come critico, nel
senso che più che recensire i film mi piaceva farli vedere.
- Riguardo proprio a “far vedere” il cinema al pubblico,
c’è da dire che la fiction ha un linguaggio narrativo leggermente diverso da
quello dei film. E’ stata una sfida per te far appassionare il pubblico di un
festival alla fiction?
La gente che popolava il festival era diversa rispetto a
quella del cinema. Il pubblico era molto popolare ed la maggior parte dei giornalisti
erano della televisione. Sono due mondi ancora molto separati, nonostante siano
ormai almeno 40 anni che c’è un travaso continuo dal cinema alla televisione e
viceversa. In Italia ci sono stati due grandi registi che sono Rossellini e
Cottafavi che a metà degli anni 60 hanno smesso di fare cinema ed hanno
iniziato a fare televisione. E viceversa in America ci sono dei registi che
hanno cominciato con la televisione e poi sono diventati grandi registi di
cinema, come ad esempio Peckinpah, Frankenheimer, Altman stesso.
Poi ultimamente i crossover sono sempre più frequenti in
America dove c’è Tarantino che dirige CSI oppure Michael Mann, secondo me uno
dei più grandi registi viventi, che viene da Miami Vice; e anche in Italia se
tu guardi l’elenco delle fiction e chi l’ha diretta, vedi che la maggior parte
di loro sono registi che hanno fatto film, magari non tanti, ma ne hanno fatti:
tra i giovani Lucio Pellegrini per esempio è uno che alterna “I Liceali” con
film per il grande schermo, come Pavarelli o, tra i più vecchi, Capitani. Di
registi solo di fiction non ce ne sono tantissimi. Adesso, soprattutto in
Italia, la televisione è entrata pesantemente dentro al cinema. Vederli
separati mi sembra quindi un errore, però è una tendenza che c’è. Io ho fatto appunto
il festival della fiction e, di tutti i miei amici che si occupano di cinema,
quasi nessuno è venuto a vedere anche le cose più curiose, i personaggi più
interessanti che c’erano. E’ evidente che sono due mondi ancora separati.
- I grandi network americani fanno anche la première al
cinema per alcune serie.
La tendenza del futuro secondo me è che nella sala si avrà la
première sia dei film per i cinema che per la televisione. La première in sala
è diventata più un fatto quasi teatrale che un fatto cinematografico. Le
première poi alla fine che sono? Sono la proiezione di quel certo prodotto,
film o fiction che sia, accompagnato da qualcuno. E questo teatralizza la cosa.
Caratteristica della storia del cinema è che se tu prendevi un film di Charlie
Chaplin e lo proiettavi a New York,a Tokio,o a Bari, lo spettatore vedeva la
stessa cosa. Per la prima volta lo stesso spettacolo era identico in tutto il
mondo. Adesso in realtà al cinema si cerca sempre di aggiungerci qualcosa da
parte del regista, del produttore o di qualcuno che ne possa parlare. Il cinema
è diventato in questo modo, anche come numero di persone che mobilita, quello
che era il teatro quando io ero piccolo. Ogni spettacolo teatrale è diverso da
un altro e così ora la presentazione in sala: il posto in cui tu fai l’evento
“mondano” per pubblicizzare il nuovo prodotto.
Il consumo sia del cinema che della televisione per lo più
avviene sul piccolo schermo, anche dal punto di vista economico. In America ad
esempio la vendita di pacchetti in DVD credo che abbia superato abbondantemente
la redditività del box office, senza contare i diritti televisivi.
- Infatti esistono le produzioni straight-to-dvd. Senza
sobbarcarsi il costo di una produzione cinematografica.
La produzione cinematografica è quasi sempre passiva, soprattutto
per un piccolo film, serve per farlo conoscere. Molte uscite in sala, proprio
matematicamente, è evidente che non sono redditizie, ma servono perché il
prodotto abbia la consacrazione di essere un film, tant’è vero che alcuni film
escono col distributore che garantisce un minimo di persone in sala: se
garantiscono 100 biglietti e se ne vendono solo 20, gli altri 80 vengono
risarciti. Le cose con forte riconoscibilità come i film di genere, horror in
particolare, anche senza l’uscita in sala possono tranquillamente uscire in DVD
e secondo me sarà un fenomeno che aumenterà sempre di più.
- Riguardo proprio alle produzioni di genere quest’anno
il Fiction Fest si è aperto più ad un certo tipo di serie rispetto all’anno
scorso.
Questo perché del cinema mi interessa tutto, e quindi mi
interessano anche le cose di genere. Fare una cosa riguardante la televisione,
come la fiction, occupandosi solo degli autori della fiction mi sembra una cosa
ridicola, nel senso che in Italia il concetto del regista nella fiction è un
concetto americano. Noi siamo abituati (in Europa, ndr) con la “comédie des
auteures” dove il regista (cinematografico, ndr) è un po’ il maieuta
dell’operazione; in America invece io spesso facevo fatica a scoprire chi era
il regista dell’episodio di fiction; e anche nelle serie italiane come “Un
posto al sole” oppure “ La squadra” è più importante la “bibbia” rispetto a chi
le dirige. La “bibbia” è lo schema, il libro dei libri, la struttura
fondamentale con le caratteristiche dei personaggi. L’autonomia che ha il
regista è quindi molto ridotta: se un personaggio è buono non posso farlo diventar
cattivo per un episodio. Detto questo, non puoi fare un festival della televisione
tralasciando il genere anche perché nelle fiction ci possono essere varie
declinazioni ma sempre un genere di base rimane. Quando presenti il prodotto
parli del genere, non dell’autore. A parte rare eccezioni, vedi David Lynch, il
pubblico di fiction non si interessa al nome del regista. C’è Michael Mann che
è stato scoperto come grande autore quanto ha cominciato a fare cinema. In
Miami Vice nessuno sapeva che c’era un signore che si chiamava Michael Mann.
- Quindi possiamo dire che hai portato la tua esperienza
e la tua filosofia al Fiction Fest. Quale risposta hai avuto dal pubblico da
questo chiamiamolo cambio di rotta?
Dalla gente positivo perché il pubblico è nettamente
aumentato e c’erano tutte le fasce d’età. Ripeto, se fai una cosa di fiction
non puoi fare il cinematografaro prestato alla fiction che la guarda dall’alto
in basso e cerca filmoni del cinema che sono finiti li dentro, sarebbe come se a
uno che si occupa di calcio interessassero solo le divise dei calciatori.
Alla prossima settimana per la seconda parte
dell’intervista, con domande sulla situazione della fiction italiana!
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