Ares: la mini-serie di Netflix che fa paura agli utenti della piattaforma (Recensione)

Ares, serie TV Netflix

Ares rappresenta, nelle sue otto ma emblematiche puntate di una prima stagione che in realtà (in altri progetti ben più complessi sarebbe un ottimo compromesso) sembra funzionare più da stagione 0, un insieme di caratteristiche positive e note negative, sia per la fresca e originale Serie TV stessa, sia per una piattaforma come Netflix che di recente ha deciso di aprire le sue porte a prodotti poco mainstream e soprattutto realizzati in culture cinematografiche “straniere” come, in questo caso, i Paesi Bassi. In una visione complessiva che lascia ben poco spazio alla leggerezza e che, nonostante il numero di puntate e la media di 30 minuti per ognuna delle stesse, non può essere realizzata tutta d’un fiato, cerchiamo di trarre le somme nel definire la serie creata da Pieter Kuijpers, Iris Otten e Sander van Meurs.

Trama di Ares e indicazioni principali della Serie TV olandese

Prima di analizzare nel dettaglio tutti ciò che c’è da sapere in merito ai punti positivi e negativi di Ares, vale la pena inquadrare il contesto della Serie TV olandese attraverso un’analisi preliminare dei personaggi e del contesto. Entrambi, a ben vedere, non godono di una grande caratterizzazione temporale o di spessore, per scelta di una regia che premia caratteri che rimandino alla dinamica horror/splatter cui mira il prodotto televisivo. Ci si ritrova, questo è chiaro, all’interno di una Amsterdam che per costo e qualità della vita sembra essere inaccessibile per Rosa Steenwijk (interpretata da Jade Olieberg), protagonista della serie di cui si conosce poco, ma che mostra fin da subito la sua grande ambizione: fortemente interessata alla medicina, la ragazza sa di dover fronteggiare l’impossibilità di appartenere ad una élite, ma non rinuncia ad un appassionato studio che sembra, ad un certo punto della serie, premiarla.

Jacob Wessels (Tobias Kersloot), suo amico di lunga data che per mesi era sparito dai suoi contatti, si palesa casualmente presso la sua dimora, spinto da una confraternita, per l’appunto la Ares, di cui vorrebbe essere estraneo. Rosa, però, dopo aver conosciuto alcuni dei membri e dopo aver scambiato alcune parole con la affascinante Carmen Zwanenburg (Lisa Smith) si convince a far parte della stessa confraternita, che ben presto si rivelerà intrisa di mistero e guidata, almeno dal punto di vista strettamente morale, da un oscuro personaggio di nome Beal.

Errori e limiti di Ares, serie TV olandese apparsa su Netflix nel 2020

Fin dalle prime puntate di Ares ci si rende conto di una dinamica che sarà protagonista di tutte e otto le puntate della serie TV olandese apparsa su Netflix nel 2020: gli autori del prodotto televisivo scelgono palesemente di evadere dalla realtà schematica tradizionale, che caratterizza il personaggio e il contesto in cui agisce. Non si sa, più nel dettaglio, chi sia Rosa, da dove venga, perché sua madre venga presentata come pazza e quale sia la storia di una famiglia preda di uno stato economico che sicuramente non è governato dal benessere. Stesso dicasi di Jacob, personaggio che irrompe sulla scena senza un apparente motivo, che odia la Ares (o la teme, non è mai troppo chiaro) ma che si comporta da emissario della stessa. E, almeno inizialmente, non si capisce neanche che cosa sia Ares, quale sia il ruolo di una confraternita di questo tipo o, ancora, se i suoi personaggi siano buoni o cattivi, se il tutto si realizzi in un’estetica barocca o se il mistero di cui si fa portavoce la serie televisiva sia reale.

Le ultime due puntate, in particolar modo l’ultima, hanno l’arduo compito di rispondere a tutti gli interrogativi e di confermare o tradire le aspettative dello spettatore, trascinato sì verso le ultime battute di una serie intrigante, ma in molte occasioni a fatica e non senza diversi dubbi e incomprensioni. La dinamica principale della serie televisiva è l’ambiguità del suo sviluppo, che porta ad enfatizzare troppi passaggi a discapito di uno sviluppo lineare dei fatti che non è mai presente. Non si ha un’effettiva percezione di tempo e spazio e, a veder bene, 8 puntate potrebbero narrare di fatti sviluppatisi in una settimana, in mesi o in pochi giorni. Ciò determina il fatto che, nonostante la durata esigua della serie, non sia facile arrivare al suo finale, non potendo consumare l’intero prodotto sia per la sua pesantezza in alcuni passaggi, sia per i dubbi che genera.

Le note positive e l’esperimento riuscito di Ares

Accanto alle note negative che sono state precedentemente citate, ci sono molti parametri positivi che meritano di essere citati e che fanno sì che il giudizio complessivo protenda, non senza qualche riserbo, verso un canone di positività. Innanzitutto il genere innovativo, almeno per una piattaforma come Netflix che raramente si spinge verso canoni simili: l’horror e lo splatter della serie TV non sono mai banali, ma si basano su un’attenta cura di dettagli e fattori che portano, in talune occasioni, a “far girare il volto” o a “far chiudere gli occhi” dello spettatore.

E ancora, la resa dell’immagine e della colonna sonora è impeccabile, attraverso un lavoro che avrebbe potuto con molta più semplicità cedere alla banalizzazione di riprese o canzoni facili, ma che nella sua complessità si è rivelato estremamente positivo. E ancora gli stessi personaggi, creati e demoliti, elevati e abbattuti, divinizzati e resi infimi attraverso un continuo meccanismo di presentazione di figure mai davvero caratterizzate e, per questo, estemporanee ma valide. Infine l’esperimento riuscito di una serie TV che sembra essere pilota di un modo di fare e pensare che, se ben realizzato, potrebbe finalmente soddisfare la passione di chi ama un genere troppo spesso poco rappresentato.

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Bruno Santini
Appassionato di musica, cinema e letteratura. Esperto articolista di news e attualità, specie per quanto riguarda il mondo del grande schermo.