Dark Star
- Creato Lunedì, 16 Gennaio 2012 19:49
- Pubblicato Lunedì, 16 Gennaio 2012 19:49
- Scritto da Francesco Bonerba

Categoria: CITAZIONE
Regia: John Carpenter / Anno: 1974 / Durata: 83’ / Colore: col / Paese: USA
Costato 60.000 dollari e distribuito in cinquanta sale di Los Angeles nel 1974, ovvero sei anni dopo 2001: Odissea nello spazio e tre prima di Guerre Stellari, Dark Star, di John Carpenter, è un’opera poco conosciuta ma forse unica nel suo genere, che compie un tentativo tanto sofisticato quanto piacevolmente rozzo di smitizzare la fantascienza aulica di Kubrick e una certa tradizione letteraria in cui si inscrive il racconto di Arthur C. Clark. L’esempio emblematico di questa operazione è rappresentato dal corrispettivo di HAL 9000, l’intelligenza artificiale che nel film di Kubrick acquisisce volontà propria sperimentando le emozioni umane; in Dark Star, al suo posto c’è l’intelligente Bomba N°20 che, a causa di un guasto, rischia di far esplodere con sé l’intera astronave. Per evitarlo, il sergente Doolittle convince la bomba, attraverso un discorso sulla fenomenologia che confuta Cartesio e anticipa di quasi trent’anni le parole di Morpheus in The Matrix, che i dati recepiti dai suoi sensori non sono certi ma passibili di errore. Tuttavia, mentre in 2001: Odissea nello spazio HAL 9000 viene disattivato, qui è la bomba N°20 ad avere la meglio: autoconvintasi di essere Dio e decisa a non dare retta ai suoi programmatori, decide comunque di esplodere: “l’unica cosa che esiste sono io” afferma, “all’inizio c’era solo il buio, il buio più assoluto e senza forme. E alla fine, dopo il buio, venni io. Ho squarciato le tenebre e creato la luce, così ho potuto vedere che ero solo. Che la luce sia!”.
Attraverso questo monologo è chiaro come Carpenter rivolti la fantascienza classica contro se stessa: le meditazioni sull’esistenza umana di Kubrick diventano qui il delirio di una bomba e sfociano in un finale assolutamente ridicolo: dei due astronauti superstiti, uno viene inglobato nella costellazione della Fenice e l’altro, con una citazione de Il dottor Stranamore poi ripresa in Fuga da Los Angeles, cavalca un asse metallico come fosse un surf dirigendosi, sulle note country di John Yager - Benson Arizona, verso l’atmosfera incandescente di un pianeta. Lontano anni luce dalla formalismo asettico di Kubrick e dalla Space Opera anni Cinquanta spazzata via dalla rivoluzione culturale del Sessantotto, il giovane Carpenter e i suoi scapestrati astronauti, che vivono nel disordine e si preoccupano di non avere carta igienica, rimescolano le carte del genere, annunciando l’arrivo di una nuova fantascienza sporca e disillusa, che nello spazio non troverà la conquista del cosmo ma claustrofobici incubi.
Curiosità #1 Dan O'Bannon, supervisore degli effetti speciali e co-sceneggiatore, sarebbe stato in seguito lo sceneggiatore di Alien, nel quale ritroviamo, con le dovute differenze e la magistrale “interpretazione” dalla creatura di Giger, lo scontro mostrato in Dark Star tra il buffissimo mostro palloncino e Pinback.
Curiosità #2 Sul finire del film, accanto al fluttuante tenente Doolittle, passa un resto della cassetta di scarico del bagno dell’astronave, su cui è incisa la scritta “thx 1138”, ovvero il titolo della distopia orwelliana con cui George Lucas nel 1971 aveva conquistato il favore dei fan e della critica. Ultima, magistrale derisione di Carpenter a una fantascienza imbalsamata, lontana da quella carica realistica e vibrante che avrebbe fatto la sua comparsa solo dopo la sua pungente provocazione.
Francesco Bonerba






