La corazzata Potemkin
- Creato Martedì, 17 Gennaio 2012 18:50
- Pubblicato Venerdì, 20 Gennaio 2012 23:44
- Scritto da Emanuele Rauco

Categoria: DECOUPAGE
La Corazzata Potemkin (tit. orig. Бронено́сец Потёмкин)
Paese: URSS, Anno 1925, Durata 75 min, Colore B/N Audio muto (sottotitolato), Regia: Sergej M. Ejzenštejn
"L'occhio della madre...la carrozzella col bambino..gli stivali dei soldati". Così a metà degli anni '70, Luciano Salce e Paolo Villaggio nel Secondo tragico Fantozzi rileggevano la mania dei cineforum intellettuali. E il loro bersaglio era La corazzata Potemkin, il capolavoro di Sergej Ejszenstein che venne rilanciato nell'immaginario proprio da quella parodia. Che non a caso si basava su quella che è la forza primaria che ha lanciato il film nella storia del cinema: il suo montaggio, la scelta della giustapposizione delle varie inquadrature.
Nel raccontare la rivoluzione di Odessa del 1905, il maestro russo porta all'apice il suo metodo di composizione drammatica delle immagini, non solo tramite l'inquadratura e la struttura tra cronaca e tragedia, ma soprattutto attraverso l'anima del (suo) cinema, il "montaggio delle attrazioni": prosegue in Potemkin la sua poetica del "Cine-pugno", vale a dire la rappresentazione di eventi reali tramite immagini forti improvvise e capaci di travolgere gli spettatori con uno shock e trasmettere emozioni, opponendosi fermamente al "Cine-occhio" sostenuto con vigore da Dziga Vertov. Esempi classici sono il primissimo piano del volto della madre terrorizzata nella celebre scena della scalinata, oppure il dettaglio della donna colpita da una sciabolata che le ha frantumato gli occhiali.
Il "montaggio delle attrazioni" crea un senso di caos e smarrimento nello spettatore, con gli eventi mostrati velocemente e in maniera frammentaria: Ejzenstejn non finisce mai la narrazione di una scena, ma accumula una violenza dopo l'altra, senza dare allo spettatore il tempo di capire appieno, catapultandolo nel cuore degli eventi. Le rare volte in cui Ejzenstejn usa il movimento di macchina lo fa per conferire ansia alla narrazione. Per esempio, la discesa dei soldati sulla scalinata è girata muovendo la cinepresa rasoterra per seguire gli stivali, e far quasi percepire agli spettatori i passi dei cosacchi alle loro spalle.
La pellicola è quindi caratterizzata da un uso estremamente intenso del montaggio: Ejzenstejn decise infatti di usare questo strumento di linguaggio filmico per dare movimento e frenesia alla narrazione. In pratica, il regista scelse di montare inquadrature che raramente superano la durata di 3 secondi, e molte di queste riguardano soggetti dall'effetto disturbante per lo spettatore (cadaveri di donne e bambini). L'uso delle attrazioni, già sperimentato a teatro, permette allo spettatore di diventare parte attiva della narrazione, come connettore di immagini apparentemente non legate nello spazio o nel significato (come nel montaggio classico e analitico). Inquadrature sull'enorme bocca di cannone riempiono l'intero schermo e trasmettono allo spettatore l'immagine del potere ma allo stesso tempo il cannone è un importante veicolo indispensabile per i rivoltosi per il raggiungimento del fine prestabilito; oppure le tre rapide inquadrature delle statue del leone, che raffigurano le tre fasi della rivolta: con un leone dormiente, simbolo del popolo che sopporta l'angheria in silenzio senza reagire, un leone che si risveglia, chiaro riferimento al popolo che si ribella contro il potere tiranno e un leone rabbioso mentre ruggisce, raffigurazione inequivocabile del popolo che reagisce violentemente e rovescia il potere.
Se questo tipo di montaggio intellettuale arriva all'apice con Ottobre o nel sottovalutato capolavoro La linea generale (Il vecchio e il nuovo), La corazzata Potemkin mostra come questo lavoro sulle capacità percettive dello spettatore e la teoria del montaggio potesse dare impressionanti frutti drammatici, di incredibile forza emotiva soprattutto nelle scene della repressione. Rimanendo per sempre nella storia del cinema: con buona pace dei giudizi del ragionier Ugo Fantozzi.
Emanuele Rauco






