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007

Categoria: Personaggio

Film: presto 23

1962: sulla scia di romanzi di successo, e di un qualche interesse – come nota anche Eco – un ex-proletario gallese, dalla mascella solida e lo sguardo sornione indossa le camicie hawaiane e lo smoking d’ordinanza di un agente segreto più particolare del solito, James Bond. 2012: dopo 50 anni di alti e bassi, di fan esaltati o stanchi intorno al mondo, un altro ex-proletario inglese, ancora più spigoloso, ancora più vissuto, fa piazza pulita di un’icona invecchiata dallo charme e dalla fantascienza ed è pronto a far rinascere un mito.

Soli tre numeri: 007. Licenza d’uccidere, certo. Per giungere alla rinascita, per entrare nell’era moderna, si è dovuti far ricorso al primo romanzo Ian Fleming, quel Casinò Royale che già a pochi anni dalla nascita dell’icona cinematografica ne decretò una parodia pop; ma da allora la strada è stata gloriosa ed impervia. E Sean Connery fece da battistrada.Quando venne al mondo, specie nella sua versione per immagini, Bond s’incastrava in un mondo dominato dal terrore, dall’orrore di una fine imminente, ma anche da uno scontro che non era cruento – almeno fisicamente – ma portatore di una durezza più atroce, quella delle ideologie, delle culture, dei modi di vita in collisione. In una civiltà dove schierarsi era tutt’uno col nascere, James Bond rappresenta un’evoluzione bislacca della lotta tra bene e male, in cui conta solo la violenza, la morte, la cinica distruzione, senza ideali, o meglio senza che quelli del suo capo, M, e degli spettatori diventino anche i suoi.

Bond, nonostante le diversità degli attori che lo hanno incarnato, ha sempre avuto un solo ideale, quello dell’avventura, dell’azione pericolosa e sfrenata, dei paesaggi mirabolanti, delle donne facilissime e magnifiche, degli oggetti lussuosissimi ed insuperabili: l’incarnazione d’ogni fantasia maschile, anche il far credere che le donne vogliano un uomo del genere. E che la S.P.E.C.T.R.E. o l’U.R.S.S. vadano al diavolo.Soprattutto nell’incarnazione di Connery, quest’uomo non bellissimo, spigoloso e irsuto, ma pieno di carisma sornione e fascino bastardo; 007 era il simbolo della voglia di fare piazza pulita dei dogmi e delle chiamate alle armi, per entrare in un mondo fantascientifico, nonostante flirtasse con la realtà, dove conta più uccidere il cattivo che le ragioni del farlo.

E questo cinismo, che è andato smorzandosi film dopo film, è il succo dei film che da Licenza di uccidere fino a Una cascata di diamanti hanno creato la fortuna della saga: avventura pura, secca, a tratti molto dura anche per via di dosi di sadismo eroticamente eloquente e bizzarrie da fumettone per adulti (indimenticabile la bombetta con lama dell’aiutante di Goldfinger).Connery non amava, scopava; non si preoccupava di regole e leggi, ma solo di godere, delle donne certo, ma anche di uccidere e vincere. Mai ironico, sempre sarcastico, specie con Moneypenny, la segretaria del capo, che continua imperterrita a sbavargli dietro, rintuzzata con la stessa irridente nonchalance e la consapevolezza che il sesso è tutto senza amore.

I 6 film dal Sir scozzese interpretati sono la definizione perfetta del personaggio e della mitologia della saga, sia nella definizione dei personaggi – il capo M, l’inventore Q, i cattivi folli ed il loro capo anello al dito e gatto in braccio, le Bond girls pronte al sesso anche se lesbiche (la Pussy Galore di Goldfinger) – sia soprattutto nella struttura filmica – il prologo trascinante, i titoli di testa gioielli di arte pop, le investigazioni, le invenzioni, gli inseguimenti, la cattura e la lotta finale – tanto da aver fatto sussultare i semiologi con la sua anticipazione della serialità spinta del cinema odierno. I primi 4 sono poi da cardiopalma (Licenza di uccidere, Dalla Russia con amore, Missione Goldfinger – il migliore della serie – e Operazione Thunderball) così pieni d’azione ed effetti speciali, avventura ed ironia, da essere uno degli apici della storia del cinema d’avventura.

Gli ultimi due invece perdono nerbo, e se Si vive solo due volte riesce a superare le falle della sceneggiatura di Roald Dahl con un007-SkyFall Connery in gran forma ed una regia d’ottimo ritmo, Una cascata di diamanti è un poliziesco medio, dal budget maggiore, ma con poca forza e poca suspense. Infatti Connery disse addio. Contraccolpo decisivo alla serie, che da lì in avanti, messo da parte il progetto ad ampio raggio che i romanzi di Fleming sapevano fornire i film di Bond vivrà di momenti, di episodi, dell’aria giocosa che alla serie portò il successivo grande interprete della saga, Roger Moore.

Fresco del successo della serie british Attenti a quei due, Moore incarnò in pieno lo spirito degli anni ’70, mettendo da parte la durezza, la rabbia repressa dall’humour del grande Sean, per esaltare lo spirito colorato, comico, libero e ad un tempo edulcorato, dei figli dei fiori, o meglio di chi, sopravissuto alla cultura hippie, cercava di portare quel mondo all’interno di un immaginario istituzionalizzato.E lo fece estremizzando tutto al livello del folklore popolare, della narrazione farsesca che è già parodia, dei continui ammiccamenti allo spettatore (basti pensare a Moonraker, una sarabanda di citazioni e parodie, tanto stupido da essere geniale, e viceversa), cogliendo i sintomi di un mondo stufo sia dell’impegno sia dell’avventura, voglioso di esperienze diverse, nuove, possibilmente artificiali.

E Moore gioca continuamente togliendogli ogni spessore o alone e rendendolo definitivamente un’attrazione da luna park, fatta di risate ed eccitazione, e poco altro; ma i suoi film, tra alti e bassi, sono da rivalutare, specie per la capacità, non sempre mantenuta nei film successivi, di coniugare faraoniche messe in scena (Ken Adam si rivelò un genio) e genuino divertimento, con i dovuti alti e bassi (Bersaglio mobile è il peggiore della serie, ma Octopussy, La spia che mi amava e Solo per i tuoi occhi sono assolutamente notevoli, e se la cavano anche Vivi e lascia morire, L’uomo dalla pistola d’oro e Moonraker).

Passano molti anni prima di un altro attore all’altezza, poi, sempre passando dalla tv, sembrano avercela fatta: Pierce Brosnan è probabilmente il più credibile erede di Connery fino ad allora. Ed in un mondo in cui la liberazione sessuale ha liberato le donne e le ha rese autonome, e la caduta del muro liberato nuove minacce imponderabili, Brosnan sembra esordire colpendo nel segno: Goldeneye è il miglior Bond dall’83, tempo di Octopussy, con la sua durezza e velocità senza fronzoli, e con le aspirazioni moderniste in bell’evidenza. Peccato che gli altri tre film hanno riportato tutto al livello di una simpatica ed eccitante, ma superficiale, gincana di effetti speciali, sequenze d’azione slegate dal testo – spesso il grande assente – personaggi interessanti che fanno fatica ad emergere in mezzo all’atmosfera da serial per ragazzi. Il domani non muore, Il mondo non basta e La morte può attendere fanno sempre il loro dovere di divertissement di lusso: manca il cinema, purtroppo, e non tutti i fan si accontentano.

Il resto è cronaca, perciò vorremmo spostare lo sguardo sulle parentesi isolate della storia bondiana, dei due attori che non hanno riscosso alcun successo, né sono riusciti a far presa sul pubblico; guarda caso i due più simili al personaggio di Fleming. L’enorme mascella di Gorge Lazenby fu scelta per sostituire il dissidente Connery e per cercare di rivedere il mito dell’agente: e le premesse c’erano tutte, essendo Al servizio segreto di sua maestà la più bella sceneggiatura di un film bondiano. Poi la regia piatta ed il pessimo attore scelto vanificarono il film consegnandolo agli altari snob come il più bello della serie.

In pieno fermento rivalutativo, anche i due film interpretati da Timothy Dalton, la migliore incarnazione del personaggio del romanzo, il che non vuol dire che sia stato un bel personaggio, anche perché, in pieno disgelo, mancavano le basi narrative e “politiche” con cui confrontarsi, ripiegando su narcotrafficanti e vendette personali. Perciò ci si può accontentare di un film d’azione come tanti, senza infamia né lode, come Zona pericolo, o di un buon thriller d’azione, ma pochissimo bondiano, come Vendetta privata. Gli alti e bassi, i momenti di gloria e sconforto fanno parte di un mito: speriamo non tramonti mai, nell’attesa che col prossimo Skyfall, quel gallese dal viso duro, gli occhi gelidi e le orecchie a sventola, dimostri che Bond può continuare a conquistare il mondo anche nel 21° secolo.

Emanuele Rauco

 

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