La 'Casa' nel Cinema Horror: Dai manieri della Universal ai castelli del Gothic Horror
- Creato Martedì, 10 Gennaio 2012 23:04
- Pubblicato Venerdì, 13 Gennaio 2012 09:54
- Scritto da Giacomo Sabelli
Dai manieri della Universal ai castelli del Gothic Horror

L’espressionismo tedesco è quella corrente che ha contribuito a creare le basi utili alla definizione del concetto di “abitazione” nel cinema horror, e film come Der Golem, Il gabinetto del dottor Caligari, e Nosferatu ne sono l’esatta rappresentazione. In particolar modo, è con il film muto del 1922 di Friedrich Wilhelm Murnau (appunto, Nosferatu) che l’interesse verso le abitazioni ha iniziato ad ampliarsi. Tutto l’ambiente che ricorre nel film sembra vivere di vita propria, e ciò che inizialmente è bello e vivo, si trasforma ben presto in un’inaspettata “natura morta”. L’inquietante roccaforte sita sui Carpazi e le fatiscenti case che man mano prendono posto nella storia, inclusa l’abitazione della protagonista, oltre a rappresentare le conseguenze e gli orrori del conflitto bellico, riprendono esattamente la malvagità e l’aspetto sinistro del conte Orlok (Max Schreck), creando cosi una sorta di simbiosi.

Ciò che in seguito compie la Universal, è proprio il fatto di puntare sull’aspetto tecnico-scenografico, così da avere un maggior effetto spettacolare. Nel 1931 è Tod Browning con Dracula che da risalto a questo tipo di aspetto, rappresentando il castello del conte anche con l’usuale inquadratura, che viene utilizzata spesso nel genere horror per indicare imponenza e quindi timore, cioè la prospettiva incombente del basso verso l’alto. La stessa situazione si ripropone all’apparizione di Dracula (Bela Lugosi) sulla scalinata interna al castello, posto quindi su una posizione superiore rispetto ad un’inerme Renfield (Dwight Frye) esprime in pieno quell’idea di simbiosi tra il protagonista e la propria abitazione, e quel senso di minaccia incombente, rievocando anche lo sguardo dello
spettatore al di fuori dello schermo verso il castello. L’identificazione del protagonista cattivo con la propria abitazione è un’ elemento che ricorre anche dopo l’uscita di Dracula, e film come Frankenstein di James Whale del 1931, e il più tardivo Il Mostro della Laguna Nera di Jack Arnold datato 1954 ricalcano in pieno questo aspetto, navigando a vele spiegate sull’onda del successo che il Monster Movie made in Universal aveva scatenato. In Frankenstein è grazie ad alcune inquadrature che la figura del mostro e quelle del laboratorio e del mulino nella sequenza finale, tendono a rispecchiarsi reciprocamente. La torre-laboratorio e la creatura vengono presentati dal regista grazie ad una rapida scala di tre piani (campo lungo, campo medio, primo piano), mentre il mulino in fiamme nel finale è inquadrato trasversalmente dal basso verso l’alto, chiudendo l’immagine con un taglio netto, quasi come una decapitazione, proprio come la calotta cranica del mostro.
Nel caso de Il Mostro della Laguna Nera, invece, la dimensione “abitativa” si amplia, Jack Arnold sembra quasi riuscire ad anticipare i canoni della “casa che vive di vita propria”, perché in più punti la creatura sembra trovarsi a proprio agio con l’ambiente che lo circonda, mimetizzandosi alla perfezione con la vegetazione, lento sulla terra, ma “a casa propria” quando si trova in acqua, dando vita ad una delle sequenze più degne di pathos che la storia del cinema ricordi [1]. Il concetto di “abitazione” segue quindi anch’esso delle evoluzioni, e mentre la paura si snoda all’interno delle stesse città e lungo le strade grazie al genere Noir; nella seconda metà degli anni '50 un innovativo regista inglese che risponde al nome di Terence Fisher sviluppa con la sua Hammer (casa di produzione) delle innovazioni che forniscono allo dimensione abitativa nuova linfa vitale. Con il remake/reboot di Dracula datato 1958, Terence Fisher stravolge quel concetto di simbiosi tra cattivo e dimora:, ciò che nella versione di Tod Browning appariva subito come spaventoso e ancestrale, qua diventa piacevole e bello, grazie ad inquadrature poste quasi ad altezza uomo e leggermente laterali. Il castello di Dracula questa volta è come racchiuso in una cornice da cartolina (esemplare ne è l’ambientazione svizzera), facilmente raggiungibile, e internamente pulito, ordinato e ben arredato. Terence Fisher gioca in questa versione (e nei suoi successivi lavori) sul fattore dell’inganno, e ciò che all’inizio sembra preparare lo spettatore ad un qualcosa di positivo, alla comparsa di Dracula (Christopher Lee) a fauci aperte e con la bocca grondante di sangue, si trasforma in un qualcosa di inquietante e spaventoso. Il regista inglese si allontana dallo stereotipo dell’accostamento tra dimora e protagonista, utilizzando la dimensione abitativa come processo di sviamento per il pubblico, ma riservandole comunque un posto di rilievo.








