Steel frontier - Jacobsen Hart


Metallo grezzo


B-movie di scarsa fattura trasbordante di violenza e con qualche accenno splatter qua e là, Steel Frontier è un'interessante summa dei maggiori stereotipi e luoghi comuni del genere western/post-apocalittico, prossimo a un lungo periodo di quiescenza cui darà il via The Postman (1997), clamoroso insuccesso commerciale diretto e interpretato da Kevin Kostner (il film costò 80 milioni di dollari e ne incassò negli USA soltanto 17).

Il protagonista del film è Yuma, un solitario cavaliere dai lunghi capelli che fende un deserto radioattivo a bordo della sua moto armata di bombe esplosive e mitragliatrici. Dopo aver a lungo seguito le tracce di un manipolo di violenti banditi chiamati "Death Riders", li trova in un pacifico villaggio di sopravvissuti, intenti a portare morte e distruzione. Dimostrando il proprio valore di pistolero, Yuma viene accolto nel gruppo ma, dopo qualche giorno di sospetta neutralità, si allea con i sottomessi abitanti del villaggio e inizia una sanguinosa battaglia contro i "Death Riders", che si concluderà con la spettacolare uccisione del loro capo, Quantrell. Solo allora scopriremo che Yuma è in realtà un cacciatore di taglie interessato esclusivamente allo scalpo di Quantrell...

Steel Frontier ruota attorno a due perni centrali.

Il primo è costituito dalla figura del protagonista, anti-eroe dall'aspetto furbo e rude, in perfetta linea con lo Snake Plissken di 1997: Fuga da New York sebbene decisamente più naif; abile con la pistola, doppiogiochista, solitario e indistruttibile, Yuma ha i tratti indistinti e sbavati di un ibrido cinematografico che trae ispirazione da tutti gli opachi personaggi del genere che l'hanno preceduto, riciclandone aspetto, comportamenti e battute. Ne sono un esempio il largo cappello da cowboy, la fisarmonica suonata in solitudine, l'atteggiamento di indifferenza verso tutto e tutti, il destriero di metallo, ecc.

Il secondo perno è rappresentato dalle situazioni in cui Yuma si trova coinvolto; fortemente influenzate dall'estetica di Mad Max e cariche d'azione, esse fanno riferimento a uno sconfinato bagaglio visivo radicato nell'immaginario collettivo: lotte nel deserto con mutanti, duelli di pistole, salti acrobatici, inseguimenti con bolidi malconci, raffiche di esplosioni spettacolari, sparatorie truculente. La resa stilistica di queste sequenze è affidata a effetti speciali approssimativi, svariati ralenti, un montaggio grezzo (seppur con qualche interessante trovata) e una fotografia che ricorre spessissimo a filtri flou.

Attorno al protagonista e alle sue spericolate peripezie, sfilano una serie di caricaturali comprimari: il generale Quantrell, figura tutta d'un pezzo non particolarmente maligna; suo figlio, inetto incapace di tenere in mano una pistola; lo scemo del villaggio, con al collo il simbolo della volkswagen utilizzato a mò di medaglione rituale; un pazzo nevrotico vestito da gallina che si eccita osservando le malvagie gesta dei suoi compagni; la comprimaria di Yuma, eroina dal portamento maschile che, similmente alla Sigourney Weaver di Terminator, protegge suo figlio dalle ostilità dei nemici.

Questi personaggi vengono inanellati in una storia dalla evidente linearità, costruita attorno ai due elementi già precedentemente accennati e, soprattutto, organizzata sulla base delle aspettative di un preciso target di pubblico: lo scenario post-apocalittico, trasandato, grezzo, pieno di violenza, è qui utilizzato, infatti, come elemento di richiamo sia per i nostalgici amanti dei B-movies di genere degli anni Settanta e Ottanta, sia per le generazioni più giovani, alla ricerca di alternative "underground" ai colossali blockbuster fantascientifici degli anni Novanta (si pensi a Indipenence Day o Jurassic Park).

Nessuna riflessione metafisica, dunque, in Steel Frontier che, segnando un momentaneo punto di saturazione di una certa estetica cinematografica (poi ripresa in modo giocoso da Tarantino e Rodriguez in Grindhouse e Planet Terror), si configura come un prodotto "fracassone", low budget, colmo di elementi figurativi e narrativi già visti, senza alcuna pretesa, non pienamente riuscito ma forse amabile proprio per il suo essere così dichiaratamente grezzo.


Francesco Bonerba


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