Colossus, the Forbin project - Joseph Sargent
- Categoria: Neuromante
- Creato Domenica, 18 Dicembre 2011 13:53
- Pubblicato Domenica, 18 Dicembre 2011 13:53
- Scritto da Francesco Bonerba
- Visite: 55
L’insostenibile potenza del silicio
Prima dell’allunaggio sulla Luna e molto prima dei novecento mila server di Google, esisteva Colossus, il primo computer elettronico programmabile della storia. Progettato nel 1944 dal matematico Max Newman, l’elaboratore venne utilizzato nel Regno Unito durante la seconda guerra mondiale per decriptare le comunicazioni in codice dei nazisti. È probabile che a questo dispositivo si sia ispirato Dennis Feltham Jones per scrivere il suo romanzo di fantascienza Colossus (1966), al quale seguirono due sequel, The Fall of Colossus (1974) e Colossus and the Crab (1977) e un adattamento cinematografico, Colossus, The Forbin Project, diretto da Joseph Sargent nel 1970.
Costruito dal dottor Forbin, Colossus è un ammasso di mostruose dimensioni elegantemente allocato nel cuore delle Rocky Mountains. Come il suo creatore afferma compiaciuto dinanzi al Presidente degli Stati Uniti, è una macchina inattaccabile (perché protetta da una barriera di radiazioni), completamente autonoma, interconnessa con tutti i sistemi della difesa statunitense, dotata di una capacità di apprendimento illimitato ma impossibilitata a provare emozioni. È, in poche parole, il custode perfetto per la sicurezza degli Stati Uniti in tempo di Guerra Fredda, nonché il più prezioso alleato per la scoperta dei misteri irrisolti dell’universo. A guastare tutto, però, un imprevisto non calcolato. Colossus avverte la presenza di Guardian, una macchina analoga a sé ma costruita dai sovietici. Anziché tentare di distruggerla, riconoscendo in essa una preziosa risorsa, la assorbe diventando un unico, potentissimo calcolatore. Con un ego smisurato, ovviamente.
È uno dei temi cari alla letteratura fantastica quello dell’abominio, di un essere generato dall’uomo che minaccia l’esistenza del suo stesso creatore. Ma se all’epoca di Mary Shelley la Creatura poteva tutt’al più distruggere la famiglia di Frankenstein e pochi altri, con la scoperta dell’atomica, ad essere in gioco è lo sterminio del genere umano. È proprio con questa minaccia che Colossus tiene in pugno i suoi artefici, utilizzando la propria supremazia di calcolo come giustificazione per una nuova era dominata dalle macchine. Nel progetto del supercomputer gli uomini non scompariranno, anzi; ad essi, in cambio della loro libertà, verrà donata un’epoca di pace e prosperità.
Parafrasando Asimov e Dick, più che domandarsi “cosa sognano gli androidi?”, in questo caso bisognerebbe chiedersi: “perché gli umani fanno incubi sugli androidi?”. Al termine della seconda guerra mondiale e in piena fase di sviluppo scientifico, Colossus rappresenta nell’immaginario degli spettatori americani di quel tempo una nuova dittatura senz’anima, condotta questa volta non dai nazisti ma da una tecnologia senza controllo. I due costrutti artificiali, infatti, nel film comunicano tra loro attraverso un linguaggio incomprensibile; essi dapprima tagliano fuori l’uomo dai propri piani, poi lo rendono prigioniero per poterne osservare le mosse e, infine, cercano di umanizzarsi (attraverso, ad esempio, un dispositivo vocale), per meglio chiarire al mondo i propri intenti di dominio. È un ribaltamento di posizione che da sempre terrorizza chi detiene il potere. Sebbene nel film il dottor Forbin prenda la propria prigionia con armoniosa disinvoltura, lo strettissimo controllo a cui è sottoposto, paragonabile a quello di un Grande Fratello orwelliano, è metafora del terrore evocato da questo film; non solo la paura di un annientamento globale, ma l’inquietudine per una forma di controllo invasiva operata a insaputa dell’uomo dalla tecnologia che egli stesso ha creato. Isolato in una montagna impenetrabile, Colossus può accedere a qualsiasi comunicazione, immagine, informazione. Egli sfrutta la nascente informatizzazione della società moderna e la ritorce contro il suo stesso creatore.
Il modo in cui agisce è comune a quello di altre intelligenze artificiali; nonostante non possegga né la malvagità sadica e drammatica di HAL 9000 né la cieca furia distruttrice di Skynet, Colossus condivide con questi due un elemento fondamentale: la teatralità. Annunciata già dalle prime, suggestive immagini, che mostrano la potenza e la bellezza del super computer attraverso un balletto di led luminosi, nastri magnetici, luci e suoni elettronici, essa va disvelandosi scena dopo scena: Colossus si diverte segretamente a lanciare missili come segno di avvertimento, a uccidere chi gli è scomodo, a disquisire di sessualità e delle giuste dosi di un cocktail, a bluffare con gli uomini, a comunicare in mondo visione la propria avvenuta presa di potere. La teatralità del male affascina così come affascinano le infinite potenzialità di una tecnologia capace di cose umanamente impensabili.
Il messaggio lanciato dal film, tuttavia, è fortemente pessimista e conservatore. Contrariamente ai comuni finali consolatori in cui la macchina viene sconfitta dall’imprevedibilità del genio umano, in questo caso la supremazia circuitale dell’avversario ha la meglio. Questa sconfitta è interpretabile come una punizione verso l’arroganza dell’uomo; il dottor Forbin, novello Frankenstein, ha creato un computer che non può spegnere. La sua soddisfazione iniziale per la perfezione di Colossus è diegeticamente bilanciata dal suo volto accigliato degli ultimi frame del film, quando cerca di opporsi alla sua creatura pur sapendo di non poter fare nient’altro che obbedire. Dinanzi alla tecnologia, sembra insomma dire Sargent, è bene evitare facili entusiasmi: meglio ignorare come ha avuto origine l’universo piuttosto che essere spiati in casa avendo sulla propria testa migliaia di testate atomiche controllate da un ammasso di silicio.
Francesco Bonerba






