L'horror dalle venature western

Un gruppo di amici decide di andare a
visitare il cimitero di una cittadina del Texas, per controllare se la tomba
del nonno di due di loro è stata deturpata dalle azioni di un pazzo che vi ha
costruito delle sculture demoniache. Prima di poter ritornare a casa devono
fermarsi per fare benzina e non trovandola, decidono di aspettare che il
benzinaio si rifornisca perlustrando la zona. Quello che scopriranno sarà per
loro fatale.
Un horror indipendente che riesce
nell'intento di raggelare e immobilizzare lo spettatore facendolo rimanere a
bocca aperta, pur senza troppi mezzi a disposizione. Un cast di attori
semi-sconosciuti dà vita ad una storia che è impregnata di terrore e di orrore.
Sia le vittime (soprattutto una, Sally, che verso il finale con le sue ininterrotta
urla entra nelle nostre teste martellandole e coinvolgendole oltremodo), sia i
carnefici (tra cui Leatherface divenuto col tempo uno dei personaggi orrorifici
più famosi cinematograficamente parlando ma non solo), contribuiscono a
farci immedesimare, i primi, e a terrorizzarci oltremodo, i secondi. La
spensieratezza e l'allegria di questo gruppo costituito da due ragazze e tre
ragazzi (uno dei quali su una sedia a rotelle), fanno presagire sin dall'inizio
il peggio, anche perché prima che il film cominci una didascalia ci mette al
corrente del fatto che stiamo per assistere ad uno dei massacri più famosi
della storia. La prima avvisaglia arriva con uno strambo e inquietante
autostoppista, ma questo sarà solo il primo dei personaggi orribili che farà la
comparsa sullo schermo, perché col proseguo della pellicola e con l'avvicinarsi
dei ragazzi ad una casa dell'orrore, faremo la conoscenza di un uomo col volto
ricoperto da una maschera di pelle umana che si diverte a macellare persone
piuttosto che animali. La metafora del mattatoio ci introduce ovviamente alla
vera e propria mattanza protagonista di questa pellicola. L'appartamento
esteriormente lindo e sicuro, all'interno nasconde una realtà raccapricciante.
Ad uno ad uno tutti i protagonisti della pellicola andranno incontro ad una
morte atroce, solo uno di loro riuscirà a salvarsi un po' rocambolescamente, un
po' grazie all'aiuto salvifico e miracoloso di un'altra persona (scelta
sicuramente non casuale quella di affidare ad un uomo di colore il ruolo di
"eroe").
Quello che più colpisce, oltre alle
efferatezze compiute sui giovani protagonisti, è il rapporto che si instaura
tra coloro che queste efferatezze le compiono: una famiglia più disfunzionale
che mai a partire dal nonno che ha le sembianze di una mummia e che si diverte
ad assistere inerme a tutto lo scempio che si compie davanti ai suoi occhi,
passando per il padre carnivoro dalle "mani pulite", fino ad arrivare ai due
figli (l'autostoppista e Leatherface) che paradossalmente vengono rimbrottati e
maltrattati dai primi due. Le donne sono ovviamente bandite da questo quadretto
familiare (seguendo quasi una logica western, considerando anche che la causa
della tragedia è la mancanza di "petrolio") che si riunisce a tavola per cena e
che segue i dettami delle famiglie da bene. La colonna sonora, prettamente
incentrata sulle note della musica country che accompagna i giovani
protagonisti, è anche costituita dai rumori incessanti della motosega di
Leatherface, ormai famosissima, e dalle urla agghiaccianti dei ragazzi. La
paura e il terrore arrivano in sordina e poi esplodono in un crescendo che
sembra non avere fine, come dimostrano i ripetuti inseguimenti nei campi tra
l'uomo armato di motosega e la ragazza indifesa (che riescono anche grazie all'espediente
della camera a mano a trascinare lo spettatore in una spirale di angoscia non
indifferente). Hooper riesce anche a creare un gioco perverso nel quale lo
spettatore viene ingabbiato in una sorta di voyeurismo per cui aumentano i
primissimi piani sui volti delle vittime. Attenzione però perché non sempre i
diversi sono dei mostri, a volte si rivelano addirittura salvifici o persino
innocui.
Il western scompare lasciando spazio allo
slasher

L'unico dei tanti remake che non
soccombe letteralmente sotto il peso del cult originale è forse il "Non aprite
quella porta" targato Marcus Nispel del 2003, prodotto tra l'altro dallo stesso
Tobe Hooper e dal regista "fracassone" Michael Bay. Certo le venature fascinosamente
e ambiguamente western dell'originale scompaiono del tutto (per esempio all'interno
della famiglia dei cannibali possiamo scorgere donne e bambini), lasciando
spazio ad un dilagare di momenti altamente gore con sangue sparso ovunque,
torture al limite del sopportabile (soprattutto per gli spettatori più
impressionabili) e uccisioni a suon di motosega da tipica tradizione che si
rispetti. Tutti elementi che sicuramente faranno leccare i baffi agli appassionati
e che soprattutto sanciscono ampiamente la nuova tendenza orrorifica degli anni
2000, tutta tesa al mostrare piuttosto che lasciare intuire e suggerire così
come avveniva in passato, e come avveniva appunto nel "Non aprite quella porta"
originale. Trattasi di due differenti maniere di accostarsi ad una narrazione horror, e spetta al gusto
dello spettatore e alle sue preferenze decidere se apprezzare più o meno l'una
o l'altra o se apprezzarle o disprezzarle entrambe.
Con le inevitabili e non necessariamente
deprecabili differenze questo remake si fa apprezzare anche perché strizza l'occhio
ironicamente al genere slasher, con tanto di protagonista bellissima vestita
con maglietta bianca tirata fin sull'ombelico che andrà poi immancabilmente a
bagnarsi divenendo quasi trasparente, e con tutti gli altri, ovviamente di
aspetto da copertina, che cadranno come mosche a seconda di quanto sono
antipatici o colpevoli di qualche malefatta (egoismi e utilizzo di marjuana in
primis). Ovviamente, e questo forse è il punto più debole e meno ironico della
pellicola, l'unico di loro che si salverà sarà quello esente da colpe e
peccati, come se il mitico Leatherface fosse consapevole delle malefatte di
ognuno.
E se nell'originale la causa della sosta
era la mancanza di benzina per proseguire il viaggio in pulmino, qui ci
troviamo di fronte all'uccisione improvvisa di un'autostoppista all'interno del
furgoncino dei cinque ragazzi (personaggio che troviamo all'inizio in
sostituzione dello strambo autostoppista caricato dai personaggi del film degli
anni '70). Ecco che allora Nispel si lascia andare a tecniche registiche fin
troppo "videoclippare", data la sua carriera precedente, e si concede
inquadrature attraverso il foro del cranio della ragazza e altri espedienti del
genere (come l'incipit e il finale sui titoli di coda chiaramente e
furbescamente ispirato allo stile di "The Blair Witch Project"). Alla
semplicità e se vogliamo la voluta rozzezza, simbolo di indipendenza, della
prima pellicola, fa riscontro allora una più studiata composizione dell'opera
(anche se bisogna notare il fatto che i costumi e le acconciature non sono
propriamente fedeli allo spirito degli anni '70, ma piuttosto coincidenti con
le mode degli ultimi anni).
Ma tutto sommato, anche grazie alla presenza
del succitato Leatherface, ormai icona del cinema di genere, il film si fa
seguire con molto piacere, anche perché girato abbastanza piacevolmente e
fotografato in maniera cupa e "sporca" a rimarcare la desolazione circostante
che trionfa all'interno delle abitazioni di questi inquietanti personaggi, di
chiara ispirazione lynchiana, completamente immersi nel loro mondo e
inconsapevoli dell'orrore che rappresentano. Uno di essi, addirittura, è lo
sceriffo del paese, dunque colui che dovrebbe detenere l'ordine e la giustizia
del posto, figuriamoci allora in quale luogo sono capitati gli sfortunati
protagonisti.
Alessandra Cavisi