La maschera di cera 1933 VS La maschera di cera 1953
- Creato Sabato, 27 Marzo 2010 16:21
- Pubblicato Sabato, 27 Marzo 2010 16:07
- Scritto da Alessandra Cavisi
La giornalista tutto pepe e lo scultore "pazzo"
Un artista che scolpisce la cera creando dei personaggi davvero molto
veritieri, subisce l'attacco del suo socio che decide di dare fuoco al loro
laboratorio, contenente tutte le statue, per riscuotere i soldi dell'assicurazione.
Scampato all'incendio l'artista continuerà a svolgere il suo lavoro, stavolta
perfezionato dal fatto che le cere non sono più completamente scolpite da lui,
che ha perso l'uso delle mani, ma sono ricalcate sui cadaveri di alcune delle
sue vittime. A intralciare i suoi loschi
affari arriva una giornalista molto intraprendente.
Un horror davvero molto interessante, soprattutto dal punto di vista
visivo e scenografico, grazie soprattutto all'utilizzo del colore, non proprio
usuale nel 1933, trattato con la famosa tecnica del Technicolor.A rendere
inquietante e angoscioso il film, che di per sé non è proprio confacente agli
standard attuali dei film horror (giustificato in questo dalla sua veneranda
età ovviamente), sono proprio le ambientazioni e il modo in cui il regista,
quel Michael Curtiz che tutti ricordiamo per "Casablanca", riesce ad
incorniciarle donando loro delle atmosfere espressioniste e macabre. Ecco che
allora tutto lo studio dello scultore riesce in qualche modo a farci avere
qualche sussulto, con le immancabili scale a chiocciola e gli anfratti segreti. Anche gli esterni non scherzano, con un'attenzione alle strade buie e alle
ombre proiettate sui muri delle case che dimostra un lavoro certosino e approfondito
riguardante proprio la creazione della suspance e del timore.
Anche perché, dal
punto di vista prettamente narrativo l'attenzione del regista e dello
sceneggiatore è rivolta più che altro alla figura sbarazzina e ammiccante della
giornalista, interpretata dalla biondissima Glenda Farrell passata poi alla
storia come l'attrice in grado di snocciolare centinaia di parole al minuto,
che per non perdere il lavoro e soprattutto per dimostrare al capo col quale è
sempre in attrito di valere ancora qualcosa, comincerà a ficcare il naso nel
lavoro dello scultore. Questi, interpretato da un inquietante Lionel Atwill, ha
poco spazio per esprimersi, seppur non manchino i momenti in cui il regista non
perde occasione per mostrarcene la natura ambigua e sospettosa, fino ad
arrivare al momento propriamente terrificante in cui una ragazza, la fidanzata
di un suo nuovo aiutante (interpretata da Fay Wray che poi diventerà famosa per
la sua interpretazione in "King Kong"), scoprirà che anche il suo volto è
costituito da una maschera di cera che nasconde sotto una faccia completamente
deturpata dalle fiamme dell'incendio che lo videro protagonista.
Interessanti
anche tutti i personaggi di contorno, a partire dal milionario sospettato dell'omicidio
di una sua vecchia fiamma, in realtà assassinata dallo scultore, che poi finirà
con l'innamorarsi proprio della giornalista che lo tirerà fuori di prigione. Di
qui una serie di dialoghi brillanti e divertenti da tipica screwball comedy che
si rispetti ("La conosco da 24 ore e mi sono già
innamorato!" "Oh, in genere ci mettono di meno, ma la perdono, non è
un bel periodo per lei" "No, non scherzo, sono pazzo di lei!"
"Io direi che è solo pazzo" "Così non mi crede? Glielo dimostro:
vuole sposarmi?" "Di quant'è il suo patrimonio?" "Non
saprei, un sacco di soldi" "In questo caso potrei anche farci un
pensierino"). Non sono da meno nemmeno il suddetto capo-redattore, e l'indifesa e
ingenua amica della giornalista che finirà tra le grinfie dello scultore che
vuole utilizzarla per riprodurre la cera della sua amatissima Maria Antonietta.
Un
horror d'altri tempi che sicuramente farà storcere il naso ai teen-ager in
cerca di frattaglie e spargimenti di sangue (che per carità sono sempre
apprezzabili se però accompagnati anche da una certa sostanza), ma che non
mancherà di conquistare i veri amanti del grande cinema.
L'artista maledetto nel vero senso della parola
Il plot sostanzialmente rimane lo stesso: c'è lo scultore che "impazzisce"
in seguito al tradimento del suo socio che ha dato fuoco alle sue amatissime
opere e che, non potendo più utilizzare le mani per lavorare, escogita un
metodo alquanto discutibile per ridare vita ai suoi capolavori: uccidere
qualche povero ignaro e utilizzare il suo cadavere per le sue creazioni. Al
posto di Lionel Atwell, però, stavolta abbiamo il mitico Vincent Price, qui
alla sua prima interpretazione horror dopo anni nell'avventura e nel dramma, che
costituisce un vero e proprio valore aggiunto alla pellicola. Manca del tutto
la figura della giornalista che molto probabilmente stemperava eccessivamente
la componente orroristica della pellicola. Compare invece in primo piano una
delle vittime dello scultore, che poi prenderà il volto di Giovanna D'Arco,
fidanzata proprio con il vecchio socio in affari, anch'egli poi brutalmente
assassinato. L'altra figura femminile, protagonista di un finale quasi totalmente
rispondente a quello dell'originale, sarà la fidanzata del nuovo aiutante, nonché
ex-coinquilina della suddetta vittima.Questo "La maschera di cera", che arriva esattamente vent'anni dopo l'originale
e ventidue anni prima dell'ultimo remake che ne è stato tratto, si fa
apprezzare anche e soprattutto per la straordinario talento istrionico e
sornione di Vincent Price, in grado di dare vita a tantissimi personaggi (tra
cui questo "artista maledetto") davvero indimenticabili. Non manca il richiamo
ad una componente quasi metacinematografica presente, seppur in maniera più
velata, anche nell'originale. Trattasi dell'insistenza del socio in affari
dello scultore nel pigiare l'acceleratore sulla creazione di opere sempre più
macabre e "spettacolari" in modo da attirare una maggiore fetta di pubblico. Inutile
dire che il discorso può estendersi direttamente al cinema, e in particolare a
quello horror, in cui più si spettacolarizza la violenza e più si ottengono
successi di botteghino. Evidentemente Curtiz inizialmente e De Toth con questo
film, hanno voluto percorrere strade probabilmente più tortuose, ma a conti
fatti più apprezzabili.
Ecco che allora anche in questo bellissimo remake, le scenografie e le
ambientazioni assumono un'importanza essenziale, come dimostra il primo piano-sequenza
che apre la pellicola in cui ci vengono mostrate tutte le statue dello scultore
e come dimostrano successivamente vari momenti ad alto tasso "adrenalinico"
come l'inseguimento del mostro ai danni dell'indifesa ragazza (che gli ricorda
la solita Maria Antonietta, come nell'originale)
tra le strade deserte e bue della città.
Un altro horror poco patinato, seppur girato sorprendentemente in 3D
(fu uno dei primi, in effetti), in modo forse da utilizzare al meglio il
carattere "spaventoso" delle sculture di cera (che nell'originale in realtà
erano degli attori che tentavano in tutto e per tutto di rimanere totalmente
immobili pur non riuscendoci sempre), "La maschera di cera" del 1953 non fa
rimpiangere affatto l'originale, pur comunque non surclassandolo.
Una cosa alquanto rara da poter dire quando si parla dei remake
horror, ma non solo, dei giorni nostri.
Alessandra Cavisi






