Il pianeta delle scimmie 1968 VS Il pianeta delle scimmie 2001
- Creato Giovedì, 19 Agosto 2010 12:11
- Pubblicato Giovedì, 19 Agosto 2010 11:57
- Scritto da Alessandra Cavisi
La pessimistica, terribile e inevitabile distopia della scimmia-uomo
Tre astronauti, Taylor, Landon e Dodge, approdano con la loro navicella spaziale su un pianeta in cui a governare sono le scimmie nel ruolo di vere e proprie persone, mentre ad essere sottomessi sono gli uomini, considerati degli animali. Taylor, imprigionato e impossibilitato a parlare perché ferito alla gola, lotterà per far comprendere alle scimmie la sua vera natura di persona, ma dovrà scontrarsi con l’ostracismo di alcune di loro nel voler nascondere la reale linea evolutiva della specie vivente.
Straordinario film di fantascienza del 1968, anno emblematico della contemporanea uscita del capolavoro “2001 – Odissea nello spazio”, “Il pianeta delle scimmie” è figlio di quel periodo storico e sociale, visto che si incentra, tra le altre cose, anche sulla paura del nucleare dovuta agli anni della Guerra Fredda. Ma al di là di questo sottotesto contestualizzabile in quel periodo storico-sociale, la vera valenza concettuale e teorica della pellicola assume dei contorni universali e senza età in una sorta di “fantascientifica” immortalità, quasi come quella da cui sono colti i protagonisti del film. Nel loro viaggio spaziale, infatti, ci raccontano che se sulla navicella sono passati sei mesi, sulla terra sono più avanti di 700 anni. E quando cadranno sul pianeta teatro delle loro avventure, ne saranno passati molti di più.
Ecco che allora, metaforizzati in maniera esemplare ed estremamente efficace dalla contrapposizione uomo-scimmia, ma soprattutto dal ribaltamento dei due ruoli, all’interno della pellicola è possibile ravvisare numerose tematiche sociologiche, etiche e persino politiche di non poco conto. Si arriva persino a riflettere sul ruolo della fede e della scienza e sull’interscambio tra le due entità che spesso non avviene a causa dell’oscurantismo di ognuna di esse nei confronti dell’altra, a seconda della convenienza di chi le propugna. Ad aggiungersi una riflessione profonda, intensa ed emozionante sulla natura dell’uomo, proclive alla malvagità, alla guerra, all’odio nei confronti dei suoi simili, così come efficacemente intuiamo dai brillanti dialoghi e, soprattutto, dalle caratteristiche principali del protagonista, straordinariamente interpretato da Charlton Heston. Egli ha intrapreso questo viaggio spaziale perché speranzoso di riuscire a trovare in qualche altro pianeta qualcosa di migliore dell’uomo, da lui disprezzato per la sua tendenza agli aspetti negativi succitati.
E se durante la narrazione ci ritroveremo a sperare, insieme a lui, nell’esistenza tutto sommato di un barlume di “bontà” insito nel genere umano, così come dimostrano i vari tentativi di Taylor di affermazione in questo senso, il finale, straordinariamente toccante, coinvolgente e comunicativo (oltre che sorprendente e al tempo stesso terrificante nel suo inaspettato colpo di scena), ribalterà nuovamente le carte in tavola, restituendoci un pessimismo cosmico non indifferente circa la natura dell’uomo, e di conseguenza, il futuro che spetta al genere umano proprio a causa di questa sua natura.
“Il pianeta delle scimmie” ci restituisce, inoltre, la forza delle idee, dato che partendo dalla semplice contrapposizione di ruoli (resa peraltro visivamente in maniera egregia, grazie non solo alle maschere delle scimmie, ma soprattutto al loro modo di esprimersi e di comportarsi, davvero modellato su quello dell’uomo, e viceversa per quanto riguarda gli uomini “animalizzati”), riesce a comunicare una complessità di contenuti non indifferente, oltre ad essere decisamente apprezzabile dal punto di vista prettamente “ludico” con una serie di scene d’azione davvero ben congeniate (la prima in cui i tre vengono catturati, ma anche quella in cui il protagonista cerca di scappare dal villaggio delle scimmie, o quella finale di fuga verso l’apparente libertà), arricchite anche da straordinarie scenografie.
Oltre ad essere un film di genere, dunque, “Il pianeta delle scimmie” è soprattutto una pellicola stimolante e suggestiva che permette allo spettatore di soffermarsi su argomenti di portata monumentale. E parlare di monumenti, soprattutto in riferimento a ciò che si vede nel finale, non è affatto casuale…
Come ridicolizzare un perfetto impianto concettuale
Questo “Planet of the apes” di Tim Burton può concorrere a pieno titolo alla gara di remake più inutili e irrispettosi della storia, oltre ad essere, bisogna dirlo, il punto più basso della carriera di un regista abilissimo e molto particolare. Un passo falso imperdonabile se si considera in correlazione al suo originale, ma più sopportabile se si pensa ai grandi film che Burton ci ha donato nel corso degli anni.
Ciò che rende “Planet of the apes” davvero insopportabile in sé per sé, però, è la pesante patina di ridicolo involontario che aleggia su tutta la pellicola a partire dalla contrapposizione uomo-scimmia, fulcro essenziale dell’idea originale e del romanzo di Boulle da cui è tratta, oltre che involucro del bagaglio teorico e metaforico della stessa, qui resa nella peggiore delle maniere con le scimmie che si arrampicano ai lampadari e si esibiscono i riti sessuali davvero assurdi. Non si comprende, ad esempio, perché mai gli uomini di questo film sono in grado di parlare e di capire i ragionamenti delle scimmie o addirittura di assurgere al ruolo di servitù in una sorta di didascalismo estremo nella riproposizione della tematica. O perlomeno non si vorrebbe comprendere, dato che l’intento sembra essere quello di trasmettere una sorta di prigionia umana da parte di questi “mostri” che hanno preso il potere, mentre il concetto che sta alla base di questa brillante idea è proprio quello di ribaltamento della scala evolutiva, dovuto alla naturale regressione dell’uomo allo stadio animale e, di conseguenza, dell’altrettanto inevitabile ascesa dell’animale allo stadio umano.
Da denuncia, poi, l’evoluzione dei rapporti tra i vari protagonisti, con l’improponibile innamoramento di una scimmia nei confronti del protagonista, laddove nell’originale avevamo una scena di squisita e arguta ironia a questo riguardo, quella in cui Heston per ringraziare la scimmia-dottoressa che l’ha aiutato le si avvicina per darle un bacio e questa quasi inorridita gli dice chiaramente che per lei è bruttissimo, come è naturale pensare per una persona che debba baciare un essere che considera un animale. Ma anche tutti i dialoghi e le situazioni che man mano si propongono sono davvero banali, oltre che altamente stereotipati, a partire dal soldato-scimmia, fino ad arrivare a tutti i personaggi di contorno.
Tralasciando, dunque, lo scempio fatto sulla qualità primaria e straordinaria del principale concetto trasmesso dall’originale, a non convincere ci sono anche le interpretazioni dei protagonisti, soprattutto di quelli secondari nel ruolo degli uomini sottomessi, che risultano a dir poco affettate e sopra le righe, senza considerare che Mark Whalberg, comunque apprezzabile come attore, non riesce minimamente a raggiungere la grandezza recitativa del suo predecessore Charlton Heston.
Grande, e non ultimo, “delitto” compiuto da questo remake, inoltre, è il completo stravolgimento sia dell’incipit che del finale, due tra le sequenze più fenomenali della storia del cinema, in grado di esprimere in maniera concisa e profonda tutto l’universo di tematiche e sottotematiche insite nell’intera pellicola: nell’incipit avevamo il protagonista che comunicava con la terra esprimendo i suoi pensieri circa la natura dell’uomo e la sua speranza circa la sua missione, nel finale, con un semplice allargamento di prospettiva si arriva ad una terribile e insperabile consapevolezza. Uno stravolgimento che si traduce in vero e proprio impoverimento, nel tentativo di alleggerire e modernizzare una pellicola che assume solo ed univocamente la natura di film d’avventura, senza contenere al suo interno tutto ciò che di interessante e intellettualmente coinvolgente c’era nell’originale.
Alessandra Cavisi






