Recensione − Bones And All: il nuovo film di Guadagnino con Timothée Chalamet

La recensione di Bones And All, film presentato alla 79esima Mostra Internazionale di Venezia

Bones And All è il nuovo film di Luca Guadagnino, regista di Chiamami col tuo nome (2017), con protagonisti Taylor Russell e Timothée Chalamet. Presentato in anteprima in concorso alla 79° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film è stato premiato con il Premio Mastroianni per la performance della Russell, qui delicata e commovente, ma anche con il Leone d’argento per la regia. Distribuzione partita dal 23 novembre nelle sale cinematografiche italiane, del film che è di genere horror-sentimentale, ma anche drammatico. Adattamento del romanzo di Camille DeAngelis Bones & All edito in Italia da Panini Books; altro personaggio chiave è il padre putativo e autoimposto del personaggio della Russell: Mark Rylance nel ruolo di Sully. Ecco la trama e la recensione di Bones And All, l’ultimo film di Luca Guadagnino con Thimothée Chalamet e Taylor Russell.

La trama di Bones and All, film premiato a Venezia 79

Bones And All è la storia del primo amore tra Maren (Taylor Russell), una ragazza che sta imparando a sopravvivere ai margini della società, e Lee (Timothée Chalamet), un solitario dall’animo combattivo.
Dopo il loro incontro, i due giovani iniziano un viaggio on the road che li porta alla continua ricerca di identità e bellezza. Prendendo strade secondarie, ammirando paesaggi nascosti in quella che è l’America di Ronald Reagan, Maren e Lee tentano di trovare il proprio posto in un mondo pieno di pericoli e che non riesce a tollerare la loro natura.

Ad ostacolare il loro amore sarà il padre putativo e autoimposto: Sully. Il personaggio del premio Oscar Mark Rylance prende sotto la sua ala protettiva la giovane Maren, dato che sono della stessa nuova razza insista nella società, ma costretta a nascondersi per le caratteristiche violente. Infatti, Maren e Sully, ma lo stesso Lee, sono costretti a cibarsi di carne umana per poter sopravvivere. Rilegati ai margini della società, i protagonisti dovranno trovare il loro posto nel mondo e la relativa indipendenza; la speranza è l’ultima a morire, ma l’America reaganiana è spietata, tanto che persino le famiglie dei ragazzi li hanno abbandonati a loro stessi. Sully e altri personaggi sono predatori in attesa dell’attimo giusto per colpire.

La recensione di Bones And All, un horror romantico e drammatico

Ambientato nelle vaste pianure del Midwest negli anni ‘80, Bones And All − letteralmente Fino all’osso − è il racconto a tinte horror, ma soprattutto sentimentale e tragico, di Maren e Lee, due emarginati che cercano il loro posto nel mondo da chiamare casa. L’incipit è ricco di tensione nel mostrare allo spettatore come la giovane protagonista, in una nuova città, sia affamata fisicamente e allegoricamente. Infatti, il cannibalismo è uno strumento narrativo per raccontare la fase dell’adolescenza, il periodo in cui l’individuo nutre un sentimento di angoscia e di particolare forza nel cercare le peculiarità che comporranno l’identità personale. Maren, mangia il dito di una sua compagna di scuola che l’ha invitata ad un pigiama party a casa sua; la nuova razza a cui appartiene sembra una condanna in quanto non riesce ad avere delle amiche, tanto meno un luogo fisso in cui vivere; i genitori l’hanno abbandonata a seguito dei numerosi incidenti spiegati direttamente da loro nel corso della narrazione.

I toni e la mescolanza di generi, tra horror, racconto di formazione, road movie e melodramma, sono accompagnate dalla regia elegante di Guadagnino, che nella sua semplicità rende coesa l’opera young adult, rivolta perlopiù ad un target adolescenziale in grado di rispecchiarsi nelle vicende raccontate. Lo stesso regista riesce ad riunire all’interno del film i suoi tratti stilistici: quello horror visto nel remake di Suspiria (2018) e quello del dramma adolescenziali di Chiamami col tuo nome (2017). Così facendo, Bones And All risulta genuino, nonostante la qualità si discosti dai film precedentemente citati ben più maturi, per ovvie ragioni, ma che riescono a distaccarsi dai meccanismi canonici, cosa che al contrario non accade qui. Il problema principale dell’ultimo film di Guadagnino si trova però, nella pretesa del fantastico: l’elemento del cannibalismo è un mero espediente narrativo mai realmente approfondito, non sfrutta appieno il suo potenziale. Se si pensa a film come The Addiction (1995) di Abel Ferrara o Raw – Una cruda verità (2016) di Julia Ducournau, ci si concentra nel primo caso sul male di vivere, un malessere interiore dato dal ruolo di emarginati; il secondo si erige su figure femminili cannibali estremamente sfaccettate capaci di suscitare repulsione e allo stesso tempo fascino, incarnando in qualche modo diverse ansie sociali legate al corpo, alla crescita, alla sessualità, all’identità, all’emancipazione.

Bones And All: pregi e difetti

Il cannibalismo in Bones And All non riesce a restituire un’ampia visione dell’elemento cardine, risultando piatto e strumentalizzato per rendere maggiormente horror un film teen. Gli stessi personaggi vengono un po’ sacrificati siccome ci si concentra molto su Maren e poi su Lee, isolati e abbandonati a loro stessi. Persino Sully, con un Mark Ryalance convincente nel suo essere a tratti sopra le righe, ma abbondantemente sinistro nella parlata e nei gesti, è un personaggio vago nelle sue azioni: parte per essere guida spirituale per Maren, si autoimpone come padre putativo della ragazza senza mai una ragione ben precisa che non sia rilegata alla mera ossessione. Resta poco esplorato anche l’incontro tra Maren e sua madre nell’ospedale psichiatrico in cui quest’ultima ha deliberatamente deciso di farsi rinchiudere. Il cannibalismo poteva elevarsi sostanzialmente a discorsi come il trattamento delle malattie mentali, ai bisogni materni e del rapporto con i figli; ma tutto ciò resta banalmente in superfice pur colpendo lo spettatore con una sequenza che raggiunge il picco di pathos.

La colonna sonora funziona sia per la scelta di pezzi non originali in voga in quegli anni, evidenziando la volontà di trovare un proprio posto nel mondo durante il viaggio on the road dei protagonista. I rumori acustici creati Trent Reznor e Atticus Ross (Soul, Mank) sono brillantemente unite alla fotografia “terrena”, granulosa e opaca di Arseni Khachaturan: si disegna un Midwest folkloristico, campagnolo nel senso bonario del termine. I momenti di tensioni lasciano spazio ad un inquietante silenzio. L’esperienza percettiva e visiva supera decisamente quella narrativa, primeggiando per intensità. Il ritmo volutamente lento è dato dalle modalità di ripresa: jump-cut; zoom improvvisi; riprese dinamiche e movimenti più lenti e distesi volti a lasciar spazio all’interiorità dei due protagonisti, travolta dall’amore. La stessa recitazione dei due giovani attori va per sottrazione, ma non per questo non risultano emotivamente appaganti ed intensi nella loro disperata ricerca di sé stessi e di un posto da poter chiamare casa, rendendo quotidiano il loro cannibalismo.

Sullo sfondo dell’America reaganiana, desolata ed immobile, Maren e Lee sono messi in scena da Guadagnino con passione, genuina ricerca della carne consolatoria sintomo di un amor sconclusionato e potenzialmente senza fine; ritratto mai autocompiaciuto dell’età adolescenziale che sente il peso dell’attrazione, del desiderio e della volontà di far propria la carne dei corpi. Perché alla fin fine, è sempre preferibile mangiare un corpo amato che uno per istinto di sopravvivenza. Peccato per una sceneggiatura fin troppo modesta e meccanica, con un finale forse eccessivamente didascalico e forzato.