Diario da Berlino - Giorno 9°

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Parte nona. La lavandaia e il fanciullino

Berlino, 18 febbraio. Ci eravamo salutati accennando a un paio di film, "A mysterious world" e "Odem". Il primo, firmato dall'argentino Rodrigo Moreno, è a dir poco insostenibile, mi dispiace solo di non essermi addormentata mentre lo guardavo! Inizia con la scena di una coppia in fase di rottura che ammorba lo spettatore con la ripetitività delle parole. Verso la quarta o la quinta volta che Ana spiega a Boris la necessità di prendersi del tempo per sé in un dialogo sempre uguale a se stesso, il pubblico prevede le battute e, scimmiottandole, le anticipa. Questo atteggiamento può gratificare un band durante la sua esibizione live ma se si ripropone al cinema siamo legittimati a ipotizzare un probabile fiasco del regista. E infatti, con il suo errare urbano senza meta, dove l'unica certezza è la ciclicità dei gesti più banali, il 'bambinone' Boris dall'evidente estraneità alla vita ci sfianca e soprattutto, fatto alquanto insolito alla Berlinale, suscita i fischi della platea.

Prima di passare al prossimo film, vi racconto un aneddoto da 'italiana a Berlino'. Nel film "Almanya - Welcome to Germany" vi avevo parlato di una famiglia turca emigrata in Germania. Germania, fine anni '60. Vediamo la moglie di Hüseyin alle prese con l'acquisto del latte; dopo versi e gesticolazioni che vi lascio immaginare, alla fine riesce a farsi capire. Germania, 2011. Io a Berlino cerco una lavanderia ma lungo il mio cammino incontro solo tedeschi che si ostinano a parlarmi in tedesco. Al limite delle forze, dopo inutili tentativi di trovare un punto d'incontro inglese con un anziano indigeno, indico il mio 'bottino' e simulo il movimento della lavandaia. E' magia! Finalmente lui capisce me e io capisco il suo tedesco. Mi chiedo se alla fine di questa vacanza/lavoro nella mia mente si sedimenterà inconsciamente questa incomprensibile lingua.

Ma torniamo alla Berlinale. Per sottolineare ancora una volta il rigore tedesco della kermesse, vi segnalo la arguta pratica adottata dal festival di indicare con un'alzata di mano i posti vacanti ai ritardatari. Nonostante io e il mio quasi vicino collega tedesco ci sbracciassimo fino a salutare simpaticamente il pubblico in cerca di posto, nessuno si avvicinava a noi, finché disperati ci siamo guardati dicendoci: "Nobody comes to us!" - "It's too long!" Aveva ragione, eravamo posizionati all'ultima fila di un'interminabile scalinata!
Tutto ciò accadeva prima della proiezione di "Odem", pellicola in concorso girata dall'israeliano Jonathan Sagall - alla sua seconda partecipazione al Festival dopo "Urban Feel". Il film racconta l'incontro a Londra di due donne palestinesi cresciute insieme, attraverso il ricordo - intimo e discordante - evocato dalla memoria di entrambe. Lo sguardo rivolto verso l'interiorità travagliata delle due amiche è gestito con delicatezza e riesce a condurre spontaneamente l'attenzione del pubblico sino alla fine, quando si svelano le conseguenze degli irreversibili errori passati.

Dopo cotanta pesantezza, a volte maldestra altre gestita correttamente, ho deciso di abbandonare il complicato mondo degli adulti per avviarmi verso la sezione Generation Kplus, mettendomi in coda dietro ad un trenino lillipuziano di cinefili impazienti di vedere i corti d'animazione. Questa finestra sul mondo dei bambini, fatto di grasse risate e genuina meraviglia, mi ha fatto riflettere sull'importanza di tutelare e sostenere il nostro 'fanciullino', sempre.


Francesca Vantaggiato