Top10: "Il cinema a tavola"
- Categoria: La "TOP 10"
- Creato Lunedì, 16 Gennaio 2012 22:20
- Pubblicato Martedì, 17 Gennaio 2012 02:11
- Scritto da Davide Rocco
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Le 10 migliori scene di convivio
ovvero “il cinema a tavola”.


Ve li ricordate?
Perché tanti registi (anche di animazione: 'Ratatouille', 'La Bella e La Bestia', 'Lilly e il Vagabondo',...) hanno ricamato con la mente intorno all’ora della pappa?
Bon ton & Psyche.
Nutrirsi fa parte della natura. Tuttavia, sovrastrutture artificiose socio-storicamente affermatesi hanno fatto in modo che l’atto in questione si sofisticasse. Di conseguenza, a seconda del contesto contingente, le reazioni suscitate e “stuzzicate” divengono variabili: riso (non il basmati), riso amaro, senso del ridicolo, empatia - ma non staremo qui a scomodare Kuleshov -, (auto)critica e ribrezzo.
X: "Il senso della vita", 1983 regia dei Monty Python.
“Nauseante”, così lo definì Tarantino vedendolo la prima volta. È vero: cominciamo con un antipasto tutt’altro che invitante. Nell’iperbole di schifo che i Monty Python hanno ideato si ravvisa esattamente la confusione di chi eccede ormai per abitudine e dipendenza, nella ricerca di un collasso/divertissement che in qualche misura ripaghi le lacune di una vita senza significato. Astenersi “stomachi di carta” (cit. Pellegrino Artusi)
IX: "Il secondo tragico Fantozzi", 1976 regia di Luciano Salce.
Talvolta una cena può dar luogo a effetti drammaticamente esilaranti! Qui Fantozzi e Filini tentano di onorare (con stentato rispetto dell’etichetta) l’invito pseudo-democratico esteso a tutti i dipendenti dell’azienda mercé il buon cuore della mitologica contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare. Sfilata di notabili, mostrine e… impiegati. Come l’acqua e l’olio.
VIII: "Chocolat", 2000 regia di Lasse Hallström.
Un pasto può trasformarsi nell’occasione conviviale per abbattere qualche pregiudizio soddisfacendo - perché no? - anche il palato. Così accade al reietto Johnny Depp, qui pirata (non ancora disneyano) accolto alla tavola di alcuni anziani del paese presi per la gola, ancorché sotto quaresima. Prego notare l’espressione di goduria del padrone del cagnolino al minuto 1:44.
VII: "Il minestrone", 1981 regia di Segio Citti.
Quando la fame è fame…
Quando non ci vedi più dalla fame…
Quando la fame fa paura (non per niente nel cast anche Daria Nicolodi, allora moglie di Dario Argento)…
Quando la fame si taglia col coltello…
Quando la fame rende bellicosi (scomodando Rousseau)…
Quando la fame è un’impressione (scomodando Antistene)…
Quando Morfeo cucina da dio!
VI: "Pulp fiction", 1994 regia di Quentin Tarantino.
Si prenda un ristorante kitsch stile anni ’50; si prenda Mia Wallace, un'attrice fallita, cocainomane viziata; si prenda un killer folle come un cavallo (ma a suo modo simpatico) col ritmo nel sangue e un nome improbabile; si scriva qualche battuta assolutamente priva di contenuto; si shakeri il tutto. Il dialogo più sconsideratamente sconclusionato della storia del cinema. Con qualche consiglio per rompere il ghiaccio.
V: "Hannibal", 2001 regia di Ridley Scott.
Palato fine il dott. Lecter, che imbastisce una cenetta con tutti i crismi in compagnia della sua rossa preferita e di un agente corrotto. Il bene da una parte, il male dall’altra. E un personaggio dicotomico, cannibale chic, a fare da ponte. Hannibal possiede un ruolo per certi versi "cristico": egli funge da spugna che assorbe ed incamera dentro di sé quanto di brutto e di malvagio è presente a questo mondo. Certo, il modus operandi è quanto meno discutibile; ma rappresenta, dal suo punto di vista, l’esatta espressione del “gusto” (in ogni relativa derivazione). Questa sequenza ha un valore particolare, perché il dottore recide dal cervello del malcapitato ancora in vita la parte deputata alle “buone maniere” e gliela serve in pasto. Mai come in questo momento vittima e carnefice sono concettualmente vicini tra loro.
IV: "Psycho", 1960 regia di Alfred Hitchcock.
Hitchcock non era solito indugiare sui pasti: perciò questa scena assume tanto significato. Una cena frugale, ma che ha il suo perché. Norman Bates ha poca dimestichezza con le persone, ma appare innocuo agli occhi di Marion, che acconsente a scambiare quattro chiacchiere intorno ad un sandwich. Per lui l’atmosfera diventa a tratti eccitante, a tratti confortevole, a tratti spaventosa: negli stessi istanti si lascia andare a confessioni, mezzi complimenti e mezze offese, tanto da non essere più capace di gestire la propria personalità bipolare.
La dimensione che si ricrea ha molto a che fare con il rapporto cibo-donna: emerge in qualche modo il complesso rapporto tra figlio e madre, la prima donna che dia conforto e nutrimento. Nutrimento che va metabolizzato in maniera sana e, al sopraggiungere dei primi dolorosi spasmi, necessariamente espulso fuori, ad evitare che marcisca dentro ed impedisca così al figlio di affermare la propria individualità.
III: "Mafioso", 1962 regia di Alberto Lattuada.
Un vero e proprio trattato di sociologia. Sordi interpreta un siciliano emigrato al nord per lavoro e tornato dai genitori per qualche giorno di vacanza. La moglie milanese è abbastanza spaesata e deve fare i conti con tradizioni ai limiti della razionalità. Solo apparentemente il classico pranzo italiano: parole e sguardi danzano tra espressionismo e verismo e vengono congelati dal regista con un'attenzione maniacale e quasi entomologica. Superbo!
II: "Il settimo sigillo", 1957 regia di Ingmar Bergman.
La sequenza in questione è di gran pregio. Mia condivide la parca mensa (latte e le onnipresenti fragole) familiare con il cavaliere Antonius, che interrompe la lotta col suo dio muto e per un istante assapora il paradiso in terra. Una comunione laica tra Pascal e Kierkegaard.
I: "La grande abbuffata", 1973 regia di Marco Ferreri.
Specularmente posizionato rispetto ai Monty Python, rappresenta la faccia opposta della stessa medaglia. Un pilota pervertito, costretto a fare i conti con l'età che avanza ('Ultimo tango'?); un giudice affermato e, tuttavia, mentalmente assoggettato alla tata di sempre, la quale soddisfa i suoi bisogni primari (finanche sessuali) pur di non farlo crescere; un ristoratore famoso, di umili origini, incompreso dalla ricca moglie; un effeminato produttore televisivo di successo. Quattro amici, quattro dimensioni. E il peso insopportabile della "vita precedente". Ammiccando (ma non necessariamente) a genesi e deriva del consumismo. Nell'ormai totale incapacità di apprezzare la quotidiana esistenza, essi decidono di rinchiudersi in una villa (e in se stessi) per mangiare fino alla morte.
Il trionfo dell'autodistruzione.
Menzioni speciali:
"F.F.S.S. - cioè ...che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?", 1983 regia di Renzo Arbore.
Per ridere.
Un meta-film. Il pretesto narrativo: ad Arbore e De Crescenzo piove addosso una sceneggiatura di (addirittura!) Federico Fellini.
Quello che vediamo è il classico zozzo (l'ambiente è la bonaria parodia di "Roma", di cui citiamo solo il titolo) che, malgrado le ributtanti apparenze, possiede interessanti contatti professionali.
Un sig. Creosoto in "salsa" nostrana.
Nel caso non ne aveste già avuto abbastanza...
"Ricky e Barabba", 1992 regia di Christian De Sica.
"La ricotta", 1963 regia di P.P. Pasolini.
Dal film "Ro.Go.Pa.G.", l'episodio diretto da Pasolini (con tanto di introduzione) risulta a tratti autobiografico e autoironico. Blasfemo con genialità, misura esattamente la lontananza tra un certo tipo di intellighenzia impegnata e un mondo che subisce ancora i retaggi di un'economia paleo- (più che 'proto-') industriale. Il bene e il male esistono entrambi: questa la spietata realtà, riconoscibile ancora per poco. Esplosione di una modernità profana che, surrettiziamente, confonde e omologa verso il basso ogni tipo di sacralità rurale. Chiosano le indimenticabili musiche di Carlo Rustichelli. La ricotta è latte (primo nutrimento) sì, ma "cagliato", e porterà il povero "Stracci" alla fine cui, in un modo o nell'altro, era destinato.
"Novecento", 1976 regia di Bernardo Bertolucci.
I braccianti "dipinti" durante la pausa-pranzo.
Fuori classifica semplicemente perché la sua importanza risiede tutta nella percezione estetica: oltre ai mirabili giochi di luce, la grazia dei passi di Olmo, disgraziato figlio di padre ignoto (se non dalla madre), che procede tra vivande e libagioni lungo la tavola e, metaforicamente, verso il futuro. Un futuro intuibile dai discorsi degli stessi commensali, che esprimono pareri differenti sull'acquisto da parte del padrone di una moderna mietitrebbia.
"I signori desiderano altro?"
"Un digestivo, grazie."
Davide Rocco






