Ghost in the shell - Mamoru Oshii
- Categoria: Neuromante
- Creato Lunedì, 23 Febbraio 2009 01:00
- Pubblicato Lunedì, 23 Febbraio 2009 01:00
- Scritto da Francesco Bonerba
- Visite: 654

Nella metropoli caotica, frastornante e intrisa di un’umida poesia dai riflessi cyberpunk ritratta da Mamoru Oshii, si muovono, a volte nascosti dall’ombra, a volte in modo assai più vistoso, biocyborg dalle capacità straordinarie, indistinguibili dagli esseri umani perché dotati di un’anima ‘trapiantata’ in un corpo completamente meccanico…
Trasponendo cinematograficamente il fumetto omonimo di Masamune Shirow, “Ghost in the shell” si mantiene fedele al proprio titolo tentando di rappresentare le conseguenze che deriverebbero da una fusione tra spirito (ghost) e macchina (shell); quale essere potrebbe mai venirne fuori? Con quali finalità? Con quale identità? Inoltre: sarebbe possibile che un’entità di puro silicio sviluppi una propria autocoscienza ‘umana’?
L’aspetto forse più significativo di “Ghost in the shell”, ciò che lo rende una pietra miliare del cinema d’animazione, è il suo lento incedere narrativo capace di alternare a momenti di intensa azione, sequenze dallo struggente lirismo visivo, da porre in stretta connessione con lo stato emotivo della coppia di protagonisti. Batou, ma soprattutto il maggiore Motoko, rappresentano, infatti, con le loro continue domande e paranoie la problematicità di una condizione alienante in cui la propria identità si trova ad agire in un corpo che, nella sua costituzione non biologica, offre una serie infinita di potenziamenti rispetto a quello umano. Questa condizione va estesa anche ai cittadini normali della metropoli, che con i loro innesti celebrali rappresentano il secondo spunto di riflessione che Oshii ci offre. Essi vengono continuamente e inconsciamente sfruttati, come marionette, dal Signore dei Pupazzi. Ci troviamo dunque di fronte a una duplice condizione di alienazione: da una parte ci sono Batou e Motoko, con il loro ‘guscio’ meccanico che, pur nella sua perfezione, non consente la procreazione; dall’altra parte ci sono gli individui anonimi dell’agglomerato, le cui menti, in parte bioniche, vengono utilizzate, manipolate, ricreate dal Signore dei pupazzi che se ne serve come mero strumento per il raggiungimento dei suoi fini. In questo prototipo di società futura la libertà appare come un miraggio dai contorni sbavati, costantemente in bilico tra l’esserci e il non esserci. Essa non è minata da un rapporto conflittuale tra androidi ed esseri umani ma dal conflitto con se stessi e con la tecnologia di cui si è portatori.
Metaforicamente esplicativa, a questo proposito, è la sequenza in cui Motoko riemerge dalla sua immersione notturna: il riflesso del suo volto nell’acqua evoca lo sdoppiamento tra corpo meccanico, costantemente in pericolo di affondare, e spirito, che, al contrario, si muove verso l’alto, verso una sempre maggiore acquisizione di sé. Tale è anche la condizione esistenziale dell’essere umano, confinato entro il suo corpo mortale e alla continua ricerca di una forma di immortalità entro cui riversare la propria coscienza.
La soluzione alle due forme d’alienazione sopra menzionate, che scioglie definitivamente il malessere interiore del maggiore Motoko donandole nuova vita, arriva da una terza condizione, introdotta dal Signore dei Pupazzi. Egli, generato da un esperimento sfuggito (come sempre) al controllo degli scienziati, è una Intelligenza Artificiale che ha acquisito coscienza di sé e si propone al mondo come nuova forma di vita inorganica. La sua offerta consiste in una nuova dimensione dell’esistenza, immateriale e senza più confini, libera di fluttuare a proprio piacimento nella sconfinata rete e in grado di creare una propria discendenza ‘informatica’. L’entità “Signore dei pupazzi” viene riconosciuta dagli esseri umani come un errore, un bug da ricondurre all’obbedienza in quanto potenzialmente pericolosa; in effetti, nel momento in cui l’ I.A. si fonderà con il maggiore Motoko, in un procedimento analogo alla sovrascrittura di Neo e l’agente Smith in “Matrix”, avverrà qualcosa destinato a cambiare le regole del gioco. Verrà generata una nuova creatura completamente virtuale ma con ‘anima’ umana, autocosciente, immortale, capace di riprodursi e potenzialmente onnisciente e ubiqua. Una sorta di Dio…
In “Ghost in the shell”, dunque, la tecnologia è portatrice di una ulteriore condizione di alienazione da se stessi che accomuna chi è prevalentemente umano e chi prevalentemente bionico. Le diversità tra queste due categorie scompaiono e generano, piuttosto, una nuova, azzardata utopia, che mescola nel non-spazio della rete informatica spirito umano e ‘spirito delle macchine’ in un nuovo ibrido perfetto. Quale relazione potrebbe mai instaurare un organismo del genere con il resto dell’umanità non è possibile prevederlo, ma è certo che quest’ultima vedrebbe unirsi tutti i suoi rappresentanti, umani e non, nel tentativo di raggiungere un nuovo stadio dell’evoluzione…
Francesco Bonerba





